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a3L’idea di portare sullo schermo Assassin’s Creed, uno dei videogiochi Ubisoft in assoluto tra i più amati e seguiti, si è giocata un forte azzardo condito con un pizzico di incoscienza. Ma se a volere fortemente l’operazione è uno degli attori iconici del nostro tempo come Michael Fassbender, ebbene, il margine di rischio ci poteva stare.

Quasi tutti i precedenti tentativi di trasformare giochi interattivi in soggetti cinematografici non hanno dato grandi risultati. Tra tutti ricordiamo il flop di Prince of Persia e il recente Warcraft fracassone.

La computer grafica affascina ed esalta, ma non può sostituirsi in toto in presenza di una sceneggiatura debole, ove questa sia tale. Un film è un delicato assemblaggio certosino di parti interconnesse tra loro e fortemente dipendenti l’una dall’altra. Se una di esse è gracile, può crollare tutto l’impianto.

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Va detto che, nel caso di Assassin’s Creed, la Ubisoft ha tentato di limitare i rischi supervisionando strettamente l’andamento dei lavori della pellicola da lei stessa coprodotta unitamente alla 20th Century Fox e, tra gli altri, alla stessa DMC Films di Michael Fassbender, protagonista a tutto tondo.

Insomma, gli ingredienti per un’operazione volutamente lanciata verso il successo sono stati bene amalgamati fin dalle prime battute. Si consideri pure che la sceneggiatura è stata costruita sulle basi dell’universo del gioco Ubisoft, articolando e orchestrando alcune varianti sull’originale trama del videogame.

La regia è stata affidata a Justin Kurzel, reduce dal suo discusso Macbeth, interpretato dallo stesso Fassbender con Marion Cotillard, che si ritrovano protagonisti di nuovo insieme in Assassin’s Creed. Il primo nei panni del detenuto Callum Lynch e del suo antenato Aguilar De Nerha. La seconda in quelli della scenziata Sophia Rikkin.

Se Fassbender fa sfoggio di grande disinvoltura recitativa e atletica, la Cotillard risulta un po’ imbalsamata e poco espressiva.

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Veniamo alla storia che narra della eterna lotta tra la setta degli Assassini, paladini della libertà dell’uomo, contro i cupi Templari, desiderosi di prevalere nel dominio sul mondo intero.

Il detenuto Callum viene salvato dalla condanna a morte dalla potente Fondazione Abstergo, con a capo il cinico e spregiudicato Alan Rikkin, legato ai Templari, interpretato da Jeremy Irons,.

Le doti di Callum e la sua innata aggressività, lo hanno designato come possibile candidato per entrare a far parte del progetto Animus, capace di stimolare una sorta di regressione genetica.

L’intento è quello di trasformare Callum nel suo antenato Aguilar, l’unico della setta degli Assassini in grado di recuperare la Mela dell’Eden dalle grinfie dei Templari, i quali vorrebbero usarla per annullare gli effetti del primo peccato originale e del libero arbitrio. Ciò varrebbe a eliminare da un lato l’aggressività, dall’altro la libertà dell’uomo.

Callum viene catapultato dall’Animus nella Spagna del 1492, nel pieno della Grande Inquisizione capeggiata dal terribile Torquemada e si ritrova a dover sfuggire al rogo, salvandosi insieme alla bella Maria Cordova, interpretata da Ariane Labed, per lanciarsi a più riprese all’inseguimento della preziosa Mela e del suo potere.

Ma davvero l’umanità dovrebbe essere ancora interessata alla sua libertà quando invece pare non inseguire altro se non la vanità nei suoi effetti materiali?

La regia di Justin Kurzel, comunque, offre il meglio negli inseguimenti mozzafiato e nelle strepitose esibizioni di parkour, nonché in un grande sfoggio di arti marziali alla Matrix. Anche l’ambientazione della Spagna del ‘500 è ammirevole, così come lo era quella sensazionale del videogioco.

Come già accennato Fassebender dimostra di essere perfettamente a suo agio, in tutto e per tutto, nel suo personaggio. Anche se non sembra più l’interprete strepitoso di Hunger (2008) o di Shame (2011), i due film per la regia di Steve McQueen, che gli hanno tributato plausi e riconoscimenti ovunque.

Assassin’s Creed, in conclusione, si propone con qualche ambizione di troppo nel tentativo di nobilitare la trama con un assunto in più, diverso da quello sparatutto del videogioco, anticipando sequels su sequels. Nonostante la presenza nel cast di Marion Cotillard, Jeremy Irons, Charlotte Rampling, Brendan Gleeson, il film rimane monco, un gradevole intrattenimento da ottovolante ipertrofico fine a se stesso.

Dario Arpaio

 

 

 

 

 

 

1Free Fire del regista inglese Ben Wheatley chiude il TFF 34 dopo aver mietuto un bel successo di pubblico, e non solo, ai festival di Toronto e Londra.

Ben Wheatley inizia la sua carriera con alcuni corti per passare poi alla regia di serie televisive e, infine, al grande schermo. Possiamo ricordare il suo recente High Rise.

Quasi sempre si è avvalso della collaborazione di Amy Jump per le sceneggiature, alla stesura delle quali partecipa lui stesso. Insieme si occupano anche del montaggio, certamente uno dei punti di forza dell’adrenalinico Free Fire. Tra i produttori esecutivi spicca, inoltre, la presenza di Martin Scorsese.

Il divertentissimo film racconta di come un gruppo di terroristi irlandese si ritrovi a Boston, alla fine deli anni ’70, per acquistare armi. L’appuntamento fissato dai trafficanti è di notte, in una fatiscente fabbrica abbandonata.

Si respira tensione per l’affare e c’è grande diffidenza stemperata goffamente da qualche tentativo di rottura del ghiaccio. Ma i trafficanti si sono presentati senza gli M16. Propongono gli AR70, sono pur sempre fucili d’assalto, ma

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Sembra quasi una barzelletta: ci sono un sudafricano, qualche irlandese, una donna, un americano, un nero e dei balordi. In tutto una dozzina di fuori di testa. Basterà una scintilla, un imprevisto, e si scatenerà un putiferio di pistole e colpi di scena, conditi da un fuoco di artificio di battute travolgenti.

2Il film è davvero spassoso e può contare sulla partecipazione di Brie Larson, Cillian Murphy, Jack Reynor, Sharlto Copley, Armie Hammer. Tutti perfettamente a loro agio nei rispettivi ruoli.

 

D.A.

 

 

lcop1La Mécanique de l’Ombre di Thomas Kruithof è stato presentato in concorso al TFF 34.

Alla sua opera prima il giovane regista dirige un più che discreto thriller sulla sceneggiatura di Yann Gozlan e si avvale di una forte interpretazione di Francois Cluzet.

Il bravo attore francese abbandona la commedia di successo per calarsi in una spy-story dai colori cupi, lividi, a tratti paranoici, e si cimenta in una interpretazione tutta in levare, perfetta per il suo personaggio Duval.

La Mécanique de l’Ombre, racconta di un uomo di mezza età, un alcolista in cerca di riabilitazione, che perde il lavoro, nonostante una metodicità certosina.

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Ed è proprio questa caratteristica che lo fa contattare da un ambiguo datore di lavoro. Questi gli offre un misterioso lavoro di trascrizione su carta di colloqui telefonici registrati su nastro. Un non meglio identificato impiego di sorveglianza si rivela non essere altro che un’azione di intercettazione spionistica a vantaggio della politica sporca.

Duval reagisce quando il livello di malaffare supera ogni limite e si trova coinvolto con i servizi segreti in azioni di doppio e triplo gioco. Insomma l’uomo comune cade in una trappola troppo grande per poterla reggere.

Tutti temi cari al genio di Hitchcock, ripresi negli ’70 da registi come Pakula o Pollack. Ma Kruithof dimostra di inseguire una propria cifra stilistica e di non limitarsi a seguire le tracce di illustri predecessori.

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Il film scorre in un tormentato crescendo di tensione fino a un imprevisto finale nel quale Duval tenterà il tutto per tutto per riappropriarsi della propria dignità.

Cluzet è affiancato anche dalla sempre bravissima Alba Rohrwacher, che proprio al Torino Film Ferstival è stata doverosamente insignita con il Premio Cabiria 2016, destinato ai migliori e talentuosi attori.

D.A.

2sSam Was Here del francese Christophe Deroo debutta al TFF 34. Il giovane regista, affermatosi a livello internazionale per i suoi corti, espande e trasforma proprio uno di questi, Polaris, in un interessante lungometraggio.

Sam Was Here ha anche il merito di essere stato compattato in soli 75 minuti, concentrando ritmo ed esecuzione in un montaggio di fattura vagamente hitchcockiana, condita con un pizzico di Stephen King .

Girato in soli 12 giorni, il film è ambientato nel deserto del Mojave in California, dove il Sam del titolo è vittima, suo malgrado, di una misteriosa caccia all’uomo da parte di alcuni rednecks, i bifolchi locali, in un crescendo emozionale, forte e ricco di suspence.

Sam è in viaggio alla ricerca di nuove opportunità di mercato per conto del suo titolare, in attesa di tornarsene a casa per il compleanno della figlia, quando si ritrova con l’auto in panne, sperduto nel deserto.

Attraversa il nulla di pochi miseri agglomerati di fatiscenti motorhome e qualche isolato motel da pochi soldi. Tutti incredibilmente svuotati di ogni presenza umana.

Il film è ambientato nel 1998. All’epoca, i cellulari non erano così diffusi come oggigiorno. Ed ecco che Deroo mette di fronte al suo Sam telefoni pubblici a tastiera, o i vecchi apparecchi in uso a quel tempo, come unica alternanza alla solitudine desolata.

Ad ogni sua chiamata di aiuto risponderanno solo fredde segreterie telefoniche che lo precipiteranno ancora di più in un disperato sconforto quando si renderà conto che da un fottuto talkshow radiofonico lui stesso viene indicato come un pericoloso serial killer pedofilo.

E l’assenza di presenza umana si fa più cupa e angosciosa. Qualcuno lo sta davvero inseguendo per fargliela pagare, a torto o a ragione.

Eddy è il diabolico speaker radiofonico che guida e sobilla la rabbia dei rednecks, seguendo le tracce del malcapitato attraverso le videocamere di sorveglianza dei motel dove lo sfortunato si ferma per la notte, senza che nessun receptionist possa mai leggere davvero la sua firma: Sam si è fermato qui.

Deroo sembra volerci ricordare quanto le strade del mondo non siano poi così sicure e, soprattutto, come chiunque possa aizzare, sobillare, inveire e sovvertire ogni buon senso attraverso i media. Peggio ancora quelli televisivi, diremmo noi.

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Sam Was Here rappresenta (volutamente o meno) una cruda metafora della decadenza del nostro tempo quando un possibile linciaggio morale può pericolosamente avere il sopravvento sulla razionalità con effetti aberranti.

Non resta che il plauso al giovane regista e al suo protagonista, Rusty Joiner, efficace nell’esprimere angoscia, terrore e, una inutile vana rabbiosa rivalsa.

D.A.

 

Era appena volato

il passero dal ramo.

Sai, ancora spiavo di nascosto

il tuo coro ubriaco

e la libertà rubata

nella stanza di un hotel.

Pioveva.

Piovevano anche i sogni

(e le malinconie).

Una sigaretta, ora,

non basta più.

L’addio è sgualcito.

Resta un borsalino,

spazzato via

 dalla pioggia.

D.A.