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Gira girasole gira

nel labirinto del tempo perduto.

Non so come sono arrivato

così lontano.

Certo è che ci sono, quì,

nel mio sudore.

Non ho più memoria.

Non c’è rifugio.

Non c’è isola o monte

che possa nascondermi

dal tempo. Lui è lì,

avanti a me di un passo.

Non fà parola alcuna.

Pure si allontana, a volte,

scabro o sornione.

Se volessi, potrei beffarlo.

Allora cambio espressione

e il mio volto muta.

Ma lui se la ride.

Scelgo, e me ne vado

a vendere le mie medaglie

in un’altra strada.

Gira girasole gira

nel caleidoscopio del tempo trovato.

 

Si stava bene a bere vino.

Si stava bene, a notte,

al caffè di Checco.

Le nostre anime randagie

spillavano qualche credito

nei confronti della vita.

O almeno lo credevamo noi.

Le sfoglio una ad una

 quelle notti.

Ci scrollavamo di dosso

la polvere grassa del giorno.

Liberavamo le labbra,

che sorridevano

tra i calici colmi,

a volte sguaiate.

O restavano mute

con le parole sospese

in un silenzio spugnoso.

Rileggo solo ora

quei pochi spiccioli

di libertà sfrontata,

sfiorando appena

un ricordo svenduto,

sfilacciato e corsaro,

come i volti appesi

a una feritoia del tempo,

straziante e irresistibile.

 

(in ricordo di C.R.)

Era appena volato

il passero dal ramo.

Sai, ancora spiavo di nascosto

il tuo coro ubriaco

e la libertà rubata

nella stanza di un hotel.

Pioveva.

Piovevano anche i sogni

(e le malinconie).

Una sigaretta, ora,

non basta più.

L’addio è sgualcito.

Resta un borsalino,

spazzato via

 dalla pioggia.

D.A.

 

Davanti allo specchio

non vedevo l’altro da me

ma solo il cielo

e le nuvole.

Ah! Se le avessi viste

come le ho viste io

in quello specchio

di cielo altro da me.

Come posso spiegarti

quelle nuvole

stropicciate

arricciate e di nuovo

sfilacciate improvvise

fino a scomparire così

come invecchiano i ricordi.

Quelle nuvole io le ho viste.

Una a una le ho contate.

In quel cielo di carta di riso

(o era uno specchio

di fronte a me?),

come un viaggiatore del tempo,

le ho sorprese.

Dario Arpaio

da L’Eroe Assente, Aletti Editore.

 

 

 

 

 

Vorrei un treno di notte.
Un treno che respira
gli odori acri
del velluto di seconda classe.
Un treno dalle luci acide
percosse dal buio.
Se ci salgo su
allora mi accomodo
in uno scompartimento vuoto.
Ripongo lo zaino della mia storia
sulla cappelliera del tempo altrui.
Raccolgo le mie braccia
sul tavolinetto pieghevole.
Ci appoggio il capo e
salto fuori dal boccascena
della vita provvisoria.
Gli occhi, liberi dal sonno,
l’incollo al finestrino.
Corro io pure dietro il vetro,
per un orizzonte bizzarro
mascherato a notte.
Mi assalgono
sagome improvvise
di giganti e castelli
impossibili tra le stelle
percosse dalle balestre
del mio treno vorace.
Lo vorrei
questo treno di notte
per tornare al viaggio
nella memoria di bimbo,
libera dalla noia
straniera e sfacciata.
Ma poi scopro che
non tornano i conti
della mia età
e i binari restano là,
sudici assenti
e immobili
nella sonnecchiante
improvvida attesa
di un evento qualunque.
Sulla massicciata vedo
un fagotto di cenci,
stracco mi saluta.