Occhei. Durante una sosta a Breil s/ Roya incontro un ragazzone olandese, disperato per essere scivolato lungo la statale del tunnel del Col di Tenda con la sua nuovissima Africa Twin. Risultato: un po’ di spavento e la rottura totale della pedana di destra. Non parla francese. Lo aiuto a farsi capire dal meccanico (di auto) appena arrivato con il suo carro attrezzi. L’arzillo francese, però, non parla inglese. Insomma, riesco a risolvere, almeno in parte, la situazione: la moto viene caricata sul carro attrezzi e riparata nella rimessa del meccanico in attesa di un camion che l’assistenza dell’olandese, con la quale il ragazzo, nel frattempo, ha scambiato alcune telefonate concitate, invierà il sabato stesso. Già, perché siamo a venerdì pomeriggio e il viaggio del ragazzo è fottuto.
Lui se ne torna a casa con il treno da Nizza. La delusione traspare dai suoi occhi in maniera così smaccata da farmi sentire davvero dispiaciuto per lui. E’ che in un viaggio in moto i rischi si corrono, eccome! Ma andiamo per ordine.
Un passo indietro fino a mercoledì mattina. Di buon’ora monto in sella. Parto da Torino alla volta di Saint Remy de Provence. Ho prenotato un alberghetto con piscina nella speranza di aiutare poi la mia schiena, almeno con una nuotata ristoratrice, dopo i 500 km del tappone iniziale. La povera schiena, in effetti, ha vivacemente protestato durante tutto il viaggio. Che ci posso fare?
Dopo vari ripensamenti iniziali decido di utilizzare solo l’autostrada, passando per il tunnel del Frejus fino alla deviazione di Grenoble per Valence/Avignon, così per guadagnare tempo. Mi propongo di attraversare le spettacolari gorges du Verdon al ritorno, per dare più ampio respiro a me e al mio girovagare in moto.
Il pretesto del viaggio, di fatto, è la visita alla video installazione di Carrières de Lumières a Les Baux de Provence: Bosch, Brueghel e Arcimboldo spalmati sulle pareti della cava di bauxite in disuso. Magica esperienza.

Per meglio andare in moto ho indossato una fascia lombare con lo scudo protettivo della Dainese. Le protezioni in moto sono d’obbligo. Però la stessa si rompe, ovvero, il velcro, ormai frusto, non tiene. Tutte le vibrazioni e i sobbalzi si ripercuotono senza pietà, proprio là dove la mia schiena soffre di più. Sono costretto a svariate soste. Sigh! Ne avevo previste di meno! Vado avanti a caffè e sigarette.
Sta cominciando ad alzarsi anche un fastidioso forte vento di maestrale, che non mi lascerà fino a giovedi pomeriggio.
Giunto a Saint Remy mi affido al navigatore del cellulare così da trovare agevolmente le indicazioni per l’hotel. C’è molta gente per le strade di quella che è, di fatto, una cittadina nel pieno della stagione turistica. La Provenza è davvero fruibile partout. Le colline si rincorrono dolcemente, avvolgono il viaggiatore cullandolo in un’atmosfera dai colori caldi e tenui. Non a caso grandi pittori vi han trovato ispirazione e ristoro. Tra i tanti, Vincent Van Gogh, le cui tracce non mancherò di seguire ad Arles.
L’hotel è situato appena fuori dal paese. Ha l’aspetto di una casa patrizia trasformata per un’accoglienza familiare. Il giardino è ordinato e ricco di piante e la piscina rappresenta un richiamo irresistibilmente piacevole.
Sono troppo stanco. Ho solo voglia di impigrire seduto su di un comodo divanetto in giardino, in compagnia di una birra ristoratrice.
Dispongo per la cena con Joel, lo chef, simpaticissimo, con il quale scambio amabilmente qualche chiacchiera. Ha lavorato anche in Italia, in Val di Susa. Conserva di quell’esperienza un buon ricordo. Si complimenta con me per il mio (mediocre) francese, secondo lui più che buono per ‘essere un italiano’. Non capisco bene cosa voglia intendere.
Lascio perdere e salgo in camera. Una lunga doccia seduto nella ampia cabina mi rinfranca non poco. A cena mi aspetta un’orata freschissima.
Al mattino seguente approfitto dei croissants (sono la mia passione!) e delle marmellatine fatte in casa. Il caffè francese fa schifo, come sempre.
Eccomi di nuovo in sella. Il vento, ove ancora possibile, è rinforzato non poco rispetto al giorno prima. Guido provando molto fastidio fino a perdere il gusto per quelle stradine collinari. Il panorama d’intorno richiederebbe più di una sosta, almeno per qualche scatto, ma voglio arrivare a Les Baux per essere alla mostra il più in fretta possibile.
E’ molto frequentata, vorrei anche evitare la ressa dei visitatori che, giocoforza, limiterebbero il piacere e la libertà di riflessione. Ho già il biglietto. Timbratolo alla cassa, attraverso una portina e… mi ritrovo in una penombra ricca di magia.
Una splendida equipe, tutta italiana, ha ideato questa particolare forma di video installazione, collocandola in un sito idealmente perfetto: una cava di bauxite in disuso.
Attraversando un percorso dolcemente sinuoso, contornato dalle alte pareti di roccia, si vive penetrando nei dettagli, anche i più minuti, delle opere pittoriche di Bosch, Brueghel e, infine, Arcimboldo. In precedenza la mostra ha già offerto percorsi altrettanto fascinosi intorno a Klimt, Van Gogh e altri. I quadri sono scomposti in tessere, riassemblate e abilmente proiettate sulle bianche pareti in un continuum narrativo calibrato su scelte musicali perfette. Un’animazione davvero raffinata, capace di fare spettacolo, e soprattutto di intendere e penetrare l’opera pittorica dell’artista di turno in maniera davvero intensa e insolitamente avvincente.
Cammino lentamente, estasiato e sopraffatto dalla magnificenza della visione, davanti e tutto intorno, anche sul pavimento in un continuo mutamento. Nella penombra si affacciano piano per poi esplodere colori e forme, visi e paesaggi, in un tripudio come di fuochi di artificio.
Nelle orecchie risuonano le note delle musiche di Luca Longobardi, Carl Orff, e ancora, Vivaldi, Mussorgskij. La proiezione sfuma infine su di una versione acustica di Stairway to Heaven dei Led Zeppelin, che davvero mi emoziona.
Sarà anche la temperatura interna, intorno ai 15°C, tant’è che altri come me si dirige alle toilettes. All’improvviso resto per un attimo sorpreso dalla luce esterna e, ahimè, lassù in alto, al di sopra di una parete di pietra, vedo un albero sbattuto a destra e sinistra dal vento. Ho lasciato la moto parcheggiata in pendenza e poggiata solo sul cavalletto laterale. Spero non doverla rialzare da terra: il vento è davvero impetuoso.
Bevo un caffè, per non perdere il vizio. Rientro nella cava per riassaporare altri momenti. In men che non si dica sono entrati molti visitatori. Anche troppi, per i miei gusti.
Dopo qualche incertezza guadagno l’uscita. La moto è ancora in piedi. Vado ad Arles.
Abbandonate le colline mi intrufolo nel traffico intenso della città. Parcheggio in centro. Vado a chiedere suggerimenti per la mia breve visita all’ufficio del turismo.
All’interno mi metto di buon grado in coda. Quanti turisti! Alla macchinetta, che rilascia i bigliettini per la priorità, ho selezionato la lingua italiana. Non che abbia bisogno di un’interlocutrice che parli la mia lingua, ma è così insolito avere questa chance che ne sono lieto. In attesa sbircio tra i vari gadgets in vendita. Intorno a me si accalca un’umanità varia e colorata. Arrivato il mio turno scopro che la signorina dietro il banco parla solo francese. Vabbè…
Approfitto di un dépliant con le indicazioni per seguire un percorso dedicato a Van Gogh e ad alcuni dei siti raffigurati nei quadri, frutto dei 15 mesi trascorsi ad Arles, durante i quali ha dipinto quasi 300 opere, oltre a litigare animatamente con Gauguin. Eppoi penso al dopo Arles, ovvero, magari poi me ne vado a Marsiglia, Aigues Mortes o a Aix en Provence, dove potrei anche cercare le tracce di Cezanne. Esco dall’ufficio del turismo. Non ne potevo più della ressa dei festosi gitanti…
Imbocco rue Jean Jaurès verso place de la Republique, ma poi mi stufo di seguire la mappa turistica. La piego e la metto in tasca. Vado a naso e mi ritrovo proprio davanti al Cafè Van Gogh in place du Forum. Sinceramente provo una certa emozione, anche se, ormai, il luogo emana un che di posticcio, di artificioso a solo uso e consumo del turista frettoloso.
Ho fame. Ottima birra e pessima entrecote consumati nel dehors dove Van Gogh ha certamente trascorso molto del suo tempo. Ho fatto la pipì nella toilette, situata al piano superiore, la stessa che pure lui ha usato…
Nel dehors scambio qualche parola con due amabili signore americane. Sembrano uscite da un episodio di Lucy ed io, tra i tanti resi irresistibili dalla rossa Lucille Ball nei primi anni ’50.
La gente nella piazza va e viene, magari si ferma davanti al cafè Van Gogh, tutto scrupolosamente tinto di giallo, magari scatta una foto e se ne va, distrattamente.

Chissà quali e quanti tormenti ha vissuto Vincent seduto proprio tra queste sedie, davanti a questa piazzetta. Pare che una sera abbia lanciato un bicchiere addosso a Gauguin, durante una delle tante burrascose litigate tra i due.
In fondo rientra tutto nella ‘lila’, il gioco degli dei, dove il mondo è solo una simulazione beffarda un po’: i turisti si fanno un selfie davanti ai luoghi della disperazione di Van Gogh e io recito la mia parte di viaggiatore davanti a un pubblico invisibile.
Me ne vado. Non ho voglia di andare a vedere l’Anfiteatro, neppure la ‘casa gialla’ di Vincent che scopro essere diventata lilla. Ho deciso che preferisco montare in sella alla mia moto per guidarla lenta sulle colline d’intorno.
Invece, camminando distratto, mi ritrovo davanti all’ingresso per la visita dei Criptoportici. Bene! Andiamo a dare un’occhiata a cosa i Romani hanno combinato.
Alla cassa pago il biglietto di ingresso di euro 4,50. La signorina mi porge una guida consistente in 4 pagine plastificate che illustrano ciò che sto per vedere. Davanti a me la sta leggendo molto attentamente una magnifica giovane ragazza straniera. E’ bionda, alta, statuaria. Sembra davvero molto interessata ai criptoportici: magari è una studiosa, chissà.
Stimolato dalla sua serietà, mi incuriosisco io pure, ma scopro che questi criptoportici altro non sono che delle fondamenta di sostegno del palazzo superiore o della stessa piazza. In effetti si scende nel sottosuolo per una doppia rampa di metallo. Ci si trova davanti a un largo camminamento contornato alla destra da un porticato. Dopo una cinquantina di metri si gira a destra per una quindicina di metri e ancora a destra si va avanti nella penombra per altrettanti cinquanta-settanta metri, forse di più e giunti alla fine del percorso… si torna indietro senza avere visto nulla di assolutamente interessante.
Recupero la moto e lascio Arles. Dove vado di preciso non so ancora. Certo a est. Evito il vento (basta!), che sull’autostrada sarà certamente molto intenso, mi dirigo verso una provinciale all’interno.
Si rinnova, con mio sommo piacere, la dolcezza della guida su e giù per le colline. Mi sciacquo l’anima.
Però non ho ancora deciso dove andare. Arrivato nei pressi di Marsiglia, devo trovare una méta. Mi fermo per un caffè e una sigaretta.
Un’occhiata alla cartina mi porta a Draguignan, una cittadina all’interno, ben oltre Marsiglia, in direzione Nizza. Faccio un rapido check sul cellulare e trovo un hotel che potrebbe anche fare al caso mio. Telefono. Prenoto una camera. Via così! Si va a Draguignan, ma solo per una sosta notturna. C’è ben poco da scoprire in quella città se non una buona trattoria.
In effetti Draguignan si presenta come un’anonima cittadina della provincia francese. Alla reception vengo accolto con estrema gentilezza e direi quasi simpatia. La moto è parcheggiata in un cortile interno, dal quale accedo all’hotel, passando per un piccolo giardino dove giganteggia un grande albero.
L’hotel di due piani è un ‘sopravvissuto’ della belle epoque. C’è anche una grande sala biliardo dove un tale, pelato, gioca da solo. L’uomo della reception mi offre una birra. Già, perché al momento di pagare il conto scopro che non mi ha addebitato alcunchè, né per la birra, né per una bottiglia d’acqua. Quasi non ci credo.
In giardino mi rilasso con la mia birra e dò una nuova occhiata alle cartine della Provenza. Mi viene in mente che l’indomani potrei andare a salutare Zoubir, l’albergatore franco algerino, conosciuto qualche anno prima a Peymeinade, vicino Grasse. Ricordo l’uomo con molta simpatia.
Nel frattempo è ora di cena. Faccio due passi per il centro di Draguignan. Dall’hotel mi è stata indicata una trattoria, La Table de Martine. Si rivela una buona scelta.
Seduto nel dehors gusto un vino bianco locale, forse uno chardonnay, davvero gradevole a sostegno di un’ottima orata. Chiacchiero con il titolare figlio di una napoletana e di un sardo. Me ne torno pigramente in hotel.
Mi sveglio alle 5. La grande finestra è aperta sul giardino illuminato dalla luna piena. La vedo che quasi ammicca al grande albero. Assaporo questo momento e mi lascio pervadere da una serena quiete. Dal letto, con il cellulare, scatto una foto alla grande finestra aperta e alla visione di ciò che mi offre, ‘cazzeggiando’ un po’ alla Magritte.

A colazione incontro un biker svedese. Viaggia ormai da alcune settimane in sella a una BMW R9T, una stradale che mi conferma non essere proprio così confortevole per un viaggio così lungo… Gli rispondo che l’importante è partire, un mezzo vale l’altro, che sia una endurona o una Vespa, non cambia l’essere ‘navigatori di terra’, come afferma il mio amico Italo. Ci salutiamo augurandoci vicendevolmente buona strada.
Vado a cercare il mio amico Zoubir a Peymeinade. Altre colline per altre dolci strade accompagnano i miei pensieri. Mi sento davvero bene (nonostante il persistente fottuto fastidio alla schiena).
Giunto all’hotel de La Poste chiedo di Zoubir. Purtroppo ha ceduto l’attività. Peccato! Ricordo con grande piacere le amabili chiacchierate sul senso della vita, per non dire poi dei magnifici cous cous preparati dalla moglie.
Attraverso Grasse. Ogni volta che ci ritorno, mi sembra sempre un po’ più caotica. Vado a Nizza, che è anche peggio. E’ ormai ora di pranzo. Mi fermo in place de l’Armée di qualcosa… Sembra di essere a Napoli all’ora di punta. Clacson e confusione a volontà.
Consumo una ottima insalata niçoise, ricca e ben condita. D’altra parte… Opto per il breve percorso autostradale fino a Ventimiglia da dove mi inoltro per la valle del Roya fino al tunnel di Tenda. Sciocco! Avrei potuto prendere la strada per Sospel, ben più panoramica e divertente. Sarà anche questa per la prossima volta, mi ripeto, oggi, a distanza di qualche giorno.
Faccio ancora una sosta all’ultimo autogrill francese per una ricarica veloce del cellulare con la batteria di riserva. Faccio conoscenza con una simpatica famiglia giapponese. Sono diretti in Trentino. Suggerisco loro possibili vie alternative al traffico congestionato di Milano che li coglierebbe forse alla sprovvista. Sono molto cordiali, mi ringraziano e mi augurano la buona strada.
Sono attese forti piogge per il giorno seguente. Decido comunque di passare la notte a Breil dove incontrerò il ragazzone olandese e la sua povera Africa Twin incidentata di cui ho già detto.
La cameretta del piccolo hotel è decorosa. Mi affaccio alla finestra. Alla mia sinistra vedo il campanile della chiesetta. Adoro il suono delle campane, ma questa volta è come averlo direttamente in camera! Un po’ troppo, n’est-ce pas?

Alle 8 del mattino, dopo una frettolosa colazione a base di un ottimo croissant e di un pessimo caffè, asciugo la moto bagnata dalla pioggia notturna e mi avvio verso il tunnel.
Sono pressocchè solo lungo la statale del Tenda. Rallento. Mi gusto il magnifico contorno di rocce al corso del torrente Roya. Non ricordo esattamente dove, ma ho avvistato un gruppo di ragazzi che si preparava per una qualche forma di rafting. Ed ecco i primi tornanti che in successione portano alla galleria.
Non incrocio quasi nessun veicolo fino al semaforo, quello che regola l’accesso alternato al tunnel. Attesa 15 minuti. Faccio la conoscenza di un ragazzo belga, che, in sella alla sua vecchia GS, sta andando a raggiungere alcuni amici per un campeggio sulle coline genovesi. Lo aspetta una gran pioggia. Io sto cercando di evitarla.
Via così per i successivi 8 tornanti che separano il tunnel da Limone Piemonte. Poi raggiungo Cuneo, dove imbocco l’autostrada per Torino, assai poco frequentata. Ne approfitto per lasciare sfogare la moto.
In un autogrill sulla Torino-Savona incontro una coppia di olandesi sulla quarantina i quali mostrano qualche curiosità intorno alla moto. Gli rispondo in inglese, ma lui mi riprende in un buon italiano che sfoggia molto orgogliosamente. Bravo!
Il viaggetto è alla fine. Avevo meticolosamente preparato un itinerario che ho poi piacevolmente disatteso, quasi del tutto. Meglio lasciare che sia sempre quel chilometro avanti alla ruota a decidere il da farsi. A la prochaine!
Dario Arpaio




On y va! Dunque, è l’ora. Monto in sella all’Honda alle 07:30 del 26 agosto. Torno in Francia, questa volta nel cuore della Borgogna o un po’ più in là. Vado nei pressi diTreigny. Là, da vent’anni a questa parte, si costruisce lechâteau de Guédelon, un “autentico” castello del XIII secolo, una sorta di ardita scommessa di archeologia costruttiva sperimentale. Ogni tecnica e materiale, ogni strumento utilizzato rispecchia fedelmente ciò che poteva essere nel corso della nascita di un castello nel Medioevo. Magnifica avventura!
Ed eccomi, il mattino seguente, all’ingresso del castello di Guédelon. All’apertura (ore10:00) il grande parcheggio è già colmo di auto. Più tardi arriveranno anche alcuni pullman. Ho già il biglietto d’ingresso, acquistato su internet. Costa 12 euro online. Viceversa costerebbe 14. Noto, con un certo disappunto, che non ci sono mappe in italiano. Chissà perché, dal momento che sono presenti in inglese, tedesco e olandese, oltre al francese stesso. Comunque a me non crea problemi. Il castello, ormai in avanzata fase di costruzione, mi aspetta lì davanti.
A tutt’oggi Guédelon richiama oltre 300.000 visitatori l’anno. Che dire poi dell’interno del castello. I pavimenti sono stati composti con i mattoni di argilla cotti nel forno legno poco distante dalla roccaforte. Le decorazioni delle pareti sono state create con le terre di ocra fatte dagli artigiani. La volta del salone principale è uno spettacolo di travi a incastro dove non è utilizzato neppure un chiodo in ferro! I minuti corrono veloci. Lo stupore si rinnova a ogni passo.



17 agosto 2013. A quest’ora avrei dovuto essere a Cadaques, Spagna. Il fato, al contrario, ha voluto che scegliessi di andare nellaprovincia di Rovigo, per meglio dire nel mezzo deldelta del grande padre fiume Po. Tra Dalì e il Po, ho dovuto optare per quest’ultimo e a questo punto non me ne pento. Verrà il tempo di potere rendere visita anche ai luoghi dove ha vissuto il grande maestro del surrealismo. In effetti ho sempre desiderato anche andare a vedere dove l’acqua dolce si fonde con quella salata, il luogo dove il grande fiume muore e rinasce mare.
Finalmente raggiungo la statale Romea. È supertrafficata. Vado in direzione Venezia e imbocco la deviazione per Porto Tolle. Dopo quasi otto ore dalla partenza da Torino (!) arrivo al piccolo hotel Bussana che ho prenotato il giorno prima per telefono. Fino a Tolle è stato il caldo a farla da padrone. Non ho potuto fare a meno di riporre per un paio d’ore la giacca leggera nel bauletto del Burgman. Il sole a picco mi ha rosolato le braccia.
Faccio una breve passeggiata fumando e gustando gli ultimi raggi di un sole ballerino tra poche nuvole di passaggio.
Percorro nuovamente la provinciale per Tolle e mi dirigo a Scardovari dove faccio una breve sosta per il gran caldo e per fare il punto della situazione.
La chiesa è tutta per me con i suoi affreschi dei pittori della scuola di Giotto. Vorrei scattare qualche foto ma vengo redarguito e seguito passo passo dal custode che vieta ogni scatto, anche se con macchine prive dell’uso del flash. D’altra parte non esiste nemmeno il modo di acquistare qualche cartolina ricordo o altro che illustri le bellezze dei dipinti. Il custode va a sistemare le candele votive e io, nascosto dietro una colonna o un’altra scatto al volo qualche foto.
Domenica 21 agosto 2011: partenza da Torino. Il tempo è quello del viaggio e della scoperta e che gli dèi mi accompagnino. Ho un itinerario di massima: visita alla casa di Monet a Giverny, 75 chilometri a nordovest di Parigi, poi rotta verso i luoghi del D-Day, condizioni meteo delle Normandia permettendo.
L’albergo non è sul fiume, dove sono passato poco prima, ammirandone la quiete, ma è poco fuori dal centro. Non importa. Adesso desidero solo una doccia e una buona birra.
Appena fuori Parigi vedo addensarsi nuvoloni neri neri. Occorre una sosta rapida per vestire l’antipioggia. Questa volta ci siamo, il Signore delle Tempeste mi ha trovato. Ci incontriamo poco più avanti. Il temporale è più che violento lungo tutti i 70 km circa che mi separano da Giverny, accidenti a lui. La visibilità è scarsissima. L’acqua spesso allaga la carreggiata formando delle larghe pozzangherone e non riesco a leggere bene sul navigatore la via da prendere. Attraverso un paesotto dopo l’altro senza capire bene se sto andando nella direzione giusta. Intanto tempesta sul mio casco a più non posso. I guanti sono marci. Nonostante l’abbigliamento, l’acqua mi penetra lungo il collo. Cavolo! Bastava un po’ meno… Guido con la massima attenzione. In certi punti devo quasi guadare la strada.
Il giardino di Monet è una sinfonia di colori. Mi cattura gli occhi e il cuore. Difficile descrivere l’andirivieni di emozioni di fronte a tutte quelle varietà di piante e fiori mai visti, almeno da me che non me ne intendo molto. Cammino per i piccoli sentieri che certamente anche il maestro ha percorso. Entro, letteralmente, nei suoi quadri. Mi viene in mente un episodio di Sogni di Akira Kurosawa, quando un ragazzo entra nei quadri di Van Gogh e lo incontra. Ricordo, era Martin Scorsese a interpretare Van Gogh. Per me, quì ed ora, non è proprio la stessa dimensione onirica, anche perché fotografo, fotografo tutto il colore che vedo.
Corro corro lungo le statali, sempre attento agli autovelox. Ce ne sono davvero tanti, fortunatamente ben segnalati. Mi perdo in questa campagna. Poi all’improvviso si alza un vento davvero impetuoso. Mi sbatacchia la testa da destra a sinistra. Riduco la velocità. Mi trovo spesso a guidare con la moto inclinata. Uffa! Non si può mai stare del tutto tranquilli a godersi il viaggio, ma forse il bello sta proprio in questo, nell’affrontare ciò che viene, quando e come si presenta. E’ lo spirito del viaggio, in sé e per sé. Il turismo è altra cosa. Questo penso, mentre mi fumo una sigaretta tenendo la moto ferma il più possibile sotto le raffiche di un vento davvero impietoso. C’è da dire, a suo merito, che ha cacciato la nuvolaglia nera che mi ha perseguitato il giorno prima. Bene così.
Quattro passi, due foto – la cattedrale di Orléans è imperdibile – e via. Si torna a Auxerre. Il vento è cessato. Rimane la smania di andare, di partire, di arrivare non so dove e ripartire anche.

Passeggio pigramente rilassato per le stradine di Port-en-Bessin. Mi lascio catturare dall’alito dell’oceano. Scatto qualche foto cartolina. Mi regalo un braccialettino di cuoio. Chiacchiero con il propietario del negozio di souvenir. Parliamo del più e del meno. Ma ho come un peso dentro. La visita al cimitero americano mi ha davvero impressionato. Decido di rientrare a Bayeux, ma non prima di aver fatto un’altra breve tappa ad Arromanches che si rivela più che interessante. Qui gli inglesi costruirono un gigantesco porto di collegamento con un complesso sistema di ponti di barche per rifornire il teatro delle operazioni direttamente dalle navi alla fonda, con truppe fresche e ogni tipo di mezzi e sostentamenti.
Al rientro a Bayeux visito la cattedrale dov’è la campana Therese-Benedicte della quale ho già detto. Ho indosso una maglietta con i colori dell’Australia. Nella sacrestia, dove sono in vendita i souvenir, dietro il banco sta una vecchietta. La saluto porgendole i miei auguri di buon compleanno rendendola semplicemente felice – ne ho sentito casualmente l’accenno da una sua amica. Mentre mi avvio verso l’uscita, mi corre dietro offrendomi una cartolina con l’illustrazione di una delle vetrate della cattedrale. “Sei australiano… vai a vedere quella vetrata… c’è la Vergine che ha protetto i soldati… ci sono anche gli australiani!”.”Ma io sono italiano… non vengo dall’Australia…”.”Non importa… vai lo stesso!”. Vista la dolce insistenza, seguo le indicazioni.
Così esco a Saint Amand Montrond. Scorgo subito il motel. Avvicinandomi sento anche un buon profumo di cucina… mmmh…
Riparto in direzione Lione e poi verso casa. Oh no! Di nuovo il vento mi sbatacchia senza ritegno. Direi più forte del viaggio di andata. Passo Lione miracolosamente senza sbagliare strada… Sono in Savoia. Mi avvicino al Frejus. Che ventaccio, non molla d’intensità. Oh no! L’autostrada che porta al tunnel è chiusa. Lavori in corso e vento forte lasciano transitare solo i bilici. E così mi ritrovo sulla statale per Modane. Dopo una quindicina di chilometri extra arrivo al tunnel. Lo percorro questa volta apprezzandone il calore interno. Ho le mani indolenzite. Nel versante italiano il vento rimane tale e quale. Mi pervade improvviso un senso di malinconia. Il viaggio, dopo più di 2600 km, è alla fine, per ora…