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Come un vecchio saltimbanco

sciacquo e strizzo

gli orli delle vecchie strade

sulla tavolozza assetata

dei miei giorni.

Imbratto di ricordi i muri.

Tra i mattoni del passato

rivedo l’ombra del pilota.

Ancora sussurra:

“il paese delle lacrime

è così misterioso,

 non ci si dorme,

chè poi scompare”.

Inquieto scivolo

nelle ore buie

di questa notte insolente.

    Cosa mai ci sarà

in fondo al silenzio

della fredda milonga,

deserta forse, e certo

senza voce di donna alcuna.

 

Ho vestito di vento un sogno.

Son rimasto a bocca aperta

tanto era bello e fiero.

Per dispetto,

oltre una nube l’ho lanciato.

L’ho ripreso e sbattuto

poi nell’onda.

Lui, stupito, è tornato a me.

Ora, nel mio sangue, riposa quieto.

s2Martin Scorsese è un gigante del cinema e ogni sua nuova opera aggiunge un tassello di pregio alla già ricca filmografia. Se i blockbuster tendono alla semplificazione del gusto che omologa e non porta riflessione, Scorsese con il suo ultimo film, Silence, si cimenta con un tema, quello della Fede in Dio, tale da generare profondi e ardui meccanismi di pensiero.

Lui stesso ha sentito in sé i crismi di una vocazione giovanile e solo l’assenza di una ‘chiamata’ lo ha fatto desistere dall’idea di farsi prete. Tutta la sua carriera, ogni suo film, in qualche dettaglio, magari minimo, testimonia la tensione del suo intimo sguardo verso l’uomo nella sua ricerca di Dio.

Silence è il frutto di trentanni di preparazione fin da quando, nell’88, l’arcivescovo Paul Moore, all’indomani dell’uscita del discusso L’Ultima Tentazione di Cristo, suggerì a Scorsese di leggere Shusaku Endo e il suo Silenzio.

La lettura di quel romanzo ha dato inizio alla tormentata gestazione di un film finalmente giunto sugli schermi.

Silence racconta un episodio dell’ultima fase della persecuzione, avvenuta nel XVII secolo, ad opera del governo giapponese, nei confronti della temuta diffusione del cristianesimo cattolico tra la popolazione, il cui allontamento dalla religione ufficiale, propiziato dai missionari perloppiù gesuiti, veniva considerato una pericolosa ingerenza dell’Occidente.

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Due giovani missionari portoghesi si recano in Giappone alla ricerca del loro padre spirituale del quale si sono perse le tracce. I due giovani, padre Rodriguez (Andrew Garfield) e padre Garupe (Adam Driver) partono con grande entusiasmo e fede granitica, certi di ritrovare il loro amato padre Ferreira (Liam Neeson) per smentire le false notize sulla sua apostasia. Sono perfettamente consci di potere andare incontro al martirio in un Paese dove decine di migliaia di cristiani sono caduti vittime di torture indicibili prima dell’inevitabile sentenza di morte.

Se inizialmente riescono a farsi accogliere da piccole comunità cristiane, devono poi fare i conti con la persecuzione. Padre Garupe non indietreggerà, non cederà alle torture e seguirà la via del martirio. Padre Rodriguez, venuto a contatto diretto con il grande inquisitore, vivrà la sua più profonda ‘notte oscura’ della Fede e sentirà il peso del Silenzio di Dio attraverso il quale, per vie insondabili, seguirà il suo cammino spirituale.

Scorsese segue passo passo il tormento di padre Rodriguez. Lo pone a confronto con il contadino Kichijiro nei suoi continui tradimenti e pentimenti. Lo mette poi di fronte alla propria coscienza e anche al punto di vista dei giapponesi verso gli ‘arroganti’ padri missionari, i quali non si sono curati della loro cultura, ma hanno voluto imporre una verità considerata assoluta, calpestando ogni discrezione nell’approccio con un Paese dalla storia millenaria.

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Sono le differenze culturali a scrivere i capitoli della Storia e allora, chi può arrogarsi il diritto di imporre i propri valori su chi è diverso. Ovvero non può esistere una sola verità assoluta, giustificando così e significando una delle possibili chiavi di lettura di Silence. Ma il film ‘impone’ riflessioni ben più intime senza fornire risposte, bensì solo interrogativi.

Infine Scorsese si manifesta in una particolare tenerezza nel centrare l’obbiettivo su di un minuscolo crocifisso di legno, nascosto agli aguzzini. In quel minimo sudario si manifesta un amore, che più grande non può essere, ben oltre la miseria di una fragilità umana, destinata in quanto tale a piegarsi dopo essersi tronfiamente inorgoglita di fronte al nulla della propria vanità.

Grande meriti vanno attribuiti al grande Dante Ferretti al quale Scorsese si è rivolto per le scenografie e i costumi di Silence. Ben 2000 ne sono stati  confezionati per vestire attori e comparse che hanno popolato le location di Taiwan dove sono stati costruiti i set, curati in ogni minimo dettaglio.

Grande artigianato è la risposta del cinema di Scorsese e dei suoi collaboratori per offrire ancora una volta la cifra di un cinema vivo, essente ed essenziale, tale da perpetrare il segno della 7° arte.

 

 

 

Dario Arpaio

 

a3L’idea di portare sullo schermo Assassin’s Creed, uno dei videogiochi Ubisoft in assoluto tra i più amati e seguiti, si è giocata un forte azzardo condito con un pizzico di incoscienza. Ma se a volere fortemente l’operazione è uno degli attori iconici del nostro tempo come Michael Fassbender, ebbene, il margine di rischio ci poteva stare.

Quasi tutti i precedenti tentativi di trasformare giochi interattivi in soggetti cinematografici non hanno dato grandi risultati. Tra tutti ricordiamo il flop di Prince of Persia e il recente Warcraft fracassone.

La computer grafica affascina ed esalta, ma non può sostituirsi in toto in presenza di una sceneggiatura debole, ove questa sia tale. Un film è un delicato assemblaggio certosino di parti interconnesse tra loro e fortemente dipendenti l’una dall’altra. Se una di esse è gracile, può crollare tutto l’impianto.

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Va detto che, nel caso di Assassin’s Creed, la Ubisoft ha tentato di limitare i rischi supervisionando strettamente l’andamento dei lavori della pellicola da lei stessa coprodotta unitamente alla 20th Century Fox e, tra gli altri, alla stessa DMC Films di Michael Fassbender, protagonista a tutto tondo.

Insomma, gli ingredienti per un’operazione volutamente lanciata verso il successo sono stati bene amalgamati fin dalle prime battute. Si consideri pure che la sceneggiatura è stata costruita sulle basi dell’universo del gioco Ubisoft, articolando e orchestrando alcune varianti sull’originale trama del videogame.

La regia è stata affidata a Justin Kurzel, reduce dal suo discusso Macbeth, interpretato dallo stesso Fassbender con Marion Cotillard, che si ritrovano protagonisti di nuovo insieme in Assassin’s Creed. Il primo nei panni del detenuto Callum Lynch e del suo antenato Aguilar De Nerha. La seconda in quelli della scenziata Sophia Rikkin.

Se Fassbender fa sfoggio di grande disinvoltura recitativa e atletica, la Cotillard risulta un po’ imbalsamata e poco espressiva.

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Veniamo alla storia che narra della eterna lotta tra la setta degli Assassini, paladini della libertà dell’uomo, contro i cupi Templari, desiderosi di prevalere nel dominio sul mondo intero.

Il detenuto Callum viene salvato dalla condanna a morte dalla potente Fondazione Abstergo, con a capo il cinico e spregiudicato Alan Rikkin, legato ai Templari, interpretato da Jeremy Irons,.

Le doti di Callum e la sua innata aggressività, lo hanno designato come possibile candidato per entrare a far parte del progetto Animus, capace di stimolare una sorta di regressione genetica.

L’intento è quello di trasformare Callum nel suo antenato Aguilar, l’unico della setta degli Assassini in grado di recuperare la Mela dell’Eden dalle grinfie dei Templari, i quali vorrebbero usarla per annullare gli effetti del primo peccato originale e del libero arbitrio. Ciò varrebbe a eliminare da un lato l’aggressività, dall’altro la libertà dell’uomo.

Callum viene catapultato dall’Animus nella Spagna del 1492, nel pieno della Grande Inquisizione capeggiata dal terribile Torquemada e si ritrova a dover sfuggire al rogo, salvandosi insieme alla bella Maria Cordova, interpretata da Ariane Labed, per lanciarsi a più riprese all’inseguimento della preziosa Mela e del suo potere.

Ma davvero l’umanità dovrebbe essere ancora interessata alla sua libertà quando invece pare non inseguire altro se non la vanità nei suoi effetti materiali?

La regia di Justin Kurzel, comunque, offre il meglio negli inseguimenti mozzafiato e nelle strepitose esibizioni di parkour, nonché in un grande sfoggio di arti marziali alla Matrix. Anche l’ambientazione della Spagna del ‘500 è ammirevole, così come lo era quella sensazionale del videogioco.

Come già accennato Fassebender dimostra di essere perfettamente a suo agio, in tutto e per tutto, nel suo personaggio. Anche se non sembra più l’interprete strepitoso di Hunger (2008) o di Shame (2011), i due film per la regia di Steve McQueen, che gli hanno tributato plausi e riconoscimenti ovunque.

Assassin’s Creed, in conclusione, si propone con qualche ambizione di troppo nel tentativo di nobilitare la trama con un assunto in più, diverso da quello sparatutto del videogioco, anticipando sequels su sequels. Nonostante la presenza nel cast di Marion Cotillard, Jeremy Irons, Charlotte Rampling, Brendan Gleeson, il film rimane monco, un gradevole intrattenimento da ottovolante ipertrofico fine a se stesso.

Dario Arpaio

 

 

 

 

 

 

p2Paterson è una cittadina del New Jersey. Conta circa 150.000 abitanti. Una città come tante, ma con alcune peculiarità. Ci hanno vissuto William Carlos William, Allen Ginsberg, Wallace Stevens, Frank O’Hara. Tutti poeti eccelsi. Hanno scritto i loro versi pur impegnandosi in altri lavori per sbarcare il lunario, perché, è risaputo, di poesia non si vive.

E Jarmusch arriva idealmente a Paterson direttamente dalla lontana Tangeri dove solo gli amanti sopravvivono, città dove, peraltro lui stesso amerebbe trasferirsi in una vecchiaia colorata di poesia, e Paterson diviene anche il nome del protagonista del suo nuovo film, che nasce e vive nella città della quale porta il nome. Così ha inizio la storia che ha incantato i festival di Cannes, New York, Toronto.

Paterson è l’autista del bus della linea 23. Tutte le mattine si reca al lavoro in un tempo cadenzato lento e sempre uguale. Nella sportina della colazione c’è un sandwich, un frutto e anche una foto di Laura, sua moglie, e una di Dante Alighieri, quest’ultima contornata da un bocciolo di rosa rossa. Paterson vive tutta la sua vita nei versi che scrive sul taccuino dal quale non si separa mai. Ogni piccolo accadimento della sua giornata diventa poesia riposta nel quadernetto. C’è spazio anche per poetar d’amore sui fiammiferi di casa, che diventano quasi un contrappunto ai tre di Prévert, ma con la genuinità propria di Paterson, con la sua poesia delicata e originale, figlia della migliore impronta di William Carlos William.

La vita di Paterson scorre leggera e serena alla guida del suo bus della linea 23, lungo le strade di una città dove spesso si incrocia lo sguardo con coppie di gemelli e dove nulla sembra mutare. Eppure ci aveva vissuto anche il nostro eroico Gaetano Bresci, prima di decidere che un re andava punito per la sanguinosa repressione dei moti di un popolo affamato. Jarmusch ce lo fa ricordare attraverso le chiacchiere di una coppia di ragazzi, passeggeri del bus della linea numero 23, che altri non sono che i due piccoli innamorati di Moonrise Kingdom, ancora insieme sullo schermo dopo le magie sottili di Wes Anderson.

Il film si snocciola nell’arco di una settimana dove apparentemene non succede altro che piccola deliziosa vita. E’ Laura, la moglie di Paterson, a subissarlo di idee bizzarre che colorano di bianco e nero tutta la casa, dove pigramente, ma solo apparentemente inerte, Marvin, il bulldog, li osserva sornione. Magari è proprio lui ad avere le chiavi di una svolta nel futuro.

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Paterson, così come Jarmusch, rifiuta il cellulare o il computer. Sono sufficienti una penna e un taccuino per vivere la vita appieno, per non smarrire i più minuti accordi della danza dei giorni, sempre uguale e sempre nuova. A che vale la bramosia del futuro, se non ha ancora un colore, mentre si smarrisce il presente ricco di sfumature minute che altro non chiedono se non essere svelate ed essere riposte con cura nello scrigno della memoria.

Giorno dopo giorno Laura forse sfornerà altri cupcakes e imparerà a suonare la chitarra. Certamente Paterson continuerà le sue alchemiche scritture. Il cane Marvin si farà condurre nel passeggio serale, borbottando fino al bar del saggio Doc, dove la stessa umanità colorita si ritroverà negli stessi piccoli e consumati amorevoli litigi.

Jarmusch firma un grande film fatto della stessa sostanza della poesia, riuscendo, pur con grande dispendio di energie, a mantenersi integro nel suo essere caparbiamente magnificamente indie.

Adam Driver è Paterson e rimarca le già notate grandi qualità interpretative. Lo rivedremo a breve in Silence, l’attesissimo nuovo film di Scorsese. La bella e brava Golfshifteh Farahani è la deliziosamente vulcanica Laura. E il bulldog Marvin, in realtà, è una femmina.

Dario Arpaio