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Grazie a una campagna di crowfunding, Claudio Ripalti esordisce nella regia cinematografica portando sugli schermi le vicende della Banda Grossi, rappresentandone la storia con mano felice.

Il film racconta delle Marche nell’Italia post-risorgimentale e del disagio delle classi contadine, allorquando il potere dei Piemontesi, semplicemente sostituendosi a quello del Papato e dei Borboni, aggravava ovunque le condizioni di vita del popolo. Le tasse aumentavano e i giovani venivano chiamati all’arruolamento obbligatorio nell’esercito savoiardo, lasciando senza risorse le famiglie più povere. Unica via di fuga restava la macchia e il brigantaggio, che per contr’altare portava a commettere nefandezze di ogni sorta. Terenzio Grossi e i suoi compari furono una delle tante figure di briganti rese nobili nell’immaginario popolare: contrastavano le angherie dei padroni e dei carabinieri, pur commettendo rapine violente, stupri e saccheggi.

Quando un uomo è costretto a subire e ancora subire ingiustizie, prima o poi, si scatena e si ribella nei modi più truci, salvo poi ricevere la risposta violenta della giustizia. Il singolo individuo poco o nulla può contro l’arroganza del potere che, in quanto tale, cresce nella corruzione e nel malaffare di Stato. Il fenomeno del brigantaggio si espande a dismisura nell’Italia post-risorgimentale per venire poi represso duramente con ogni mezzo, lasciando all’iconografia un certo qual punto di vista romantico.

La Banda Grossi si sviluppa degnamente sui temi della piccola storia dei briganti marchigiani, tra violenze e tradimenti, onore e amicizie virili, giocando tra i sotterfugi del potere e gli eroismi senza nome. Solo un esiguo budget non consente di produrre un film di maggiore spessore pur offrendo una più che buona prova filmica a tratti un po’ ‘teatralizzata’.

Degne di nota le interpretazioni di Camillo Corciaro (Terenzio Grossi) e di Leonardo Ventura (Olinto Venturi).

Claudio Ripalti firma anche la fotografia, assai ben calibrata, e le stesse musiche.

Dario Arpaio