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Si accalcano i ricordi

tra la bocca dello stomaco

 e i petali della rosa bianca.

Di tutte le parole (non)dette

si azzuffano cocci, vetro e ossa,

contro un muro di silenzio,

come lacrime ossessionate

dal rumore di una candela

nella notte più lunga

di un solstizio inatteso.

 

 

DA

Le vedo

queste poche sillabe

barbugliare nell’aria,

o giacere apatiche.

Si lasciano afferrare,

a volte,

 si perdono altre

nell’agguato

di occhi acquosi,

fors’anche disincantati.

Possono sbiadire,

dimezzate,

in una lingua ridondante,

incapace com’è di legarle

con del filo spinato,

o ferirle

sui rebbi di una forchetta.

Esausto

immergo le mie mani

in queste poche sillabe

per sciacquarmi l’anima.

Come un vecchio saltimbanco

sciacquo e strizzo

gli orli delle vecchie strade

sulla tavolozza assetata

dei miei giorni.

Imbratto di ricordi i muri.

Tra i mattoni del passato

rivedo l’ombra del pilota.

Ancora sussurra:

“il paese delle lacrime

è così misterioso,

 non ci si dorme,

chè poi scompare”.

Inquieto scivolo

nelle ore buie

di questa notte insolente.

    Cosa mai ci sarà

in fondo al silenzio

della fredda milonga,

deserta forse, e certo

senza voce di donna alcuna.

 

Ho vestito di vento un sogno.

Son rimasto a bocca aperta

tanto era bello e fiero.

Per dispetto,

oltre una nube l’ho lanciato.

L’ho ripreso e sbattuto

poi nell’onda.

Lui, stupito, è tornato a me.

Ora, nel mio sangue, riposa quieto.

L’ agonia del ghiacciaio

muta lenta la forma

e la speranza.

La memoria dell’acqua

si sperpera in silenzio

senza gli echi

del vento tra le rocce.

Allibite e assenti,

non migrano più

a valle.

E verrà un’alba

a bussare alla nostra notte.

Affacciati all’orizzonte

solo allora scopriremo

l’insostenibile vuoto.

Il ghiacciaio è morto.

Eppure il nulla

non si addice all’infinito.

Resta una elegante malinconia

senza redenzione alcuna.

Dario Arpaio