Si Alza il Vento… tant’è, comunque sia, si deve vivere,il faut vivre. Con questa citazione da Paul Valery, il maestro Hayao Miyazaki titola il suo ultimo lungometraggio d’animazione con il quale saluta il suo pubblico in un nostalgico delicato film d’animazione per cedere il passo al tempo dei suoi anni. Superfluo ricordare gli innumerevoli tributi e premi che hanno costellato la sua lunga carriera cinematografica. Illustratore raffinato, regista innovativo, seppure nella tradizione giapponese dei manga e degli anime, è riuscito sempre a incantare la critica e il pubblico. Basti rammentare alcuni tra i titoli dei suoi film più famosi quali Il mio Vicino Totoro (1989), Porco Rosso (1993), La Principessa Mononoke (1997), La Città Incantata (2002), Il Castello Errante di Howl (2004), Ponyo sulla Scogliera (2008). E ora Si Alza il Vento, e, come dice il poeta, si deve pur continuare a vivere, così come c’è da sperare possa essere per Lo Studio Ghibli, fondato da Miyazaki nel 1985 con l’amico Isao Takahata, altro eccelso regista. Lo studio di produzione è ora a rischio di forte cambiamento, ridimensionamento, se non di definitiva chiusura dell’attività connessa con la produzione dei lungometraggi. La concorrenza e la strenua competizione nel settore è tale da richiedere un’attenta pausa di riflessione per chi utilizza perlopiù metodologie antiche.
Si Alza il Vento, contrariamente ai precedenti film di Miyazaki, assai più incentrati sull’aspetto favolistico e visionario, verte sulla biografia di Jiro Horikoshi, l’ingegnere aeronautico che ideò l’innovativo e strepitoso caccia Mitsubishi A6M, lo Zero, che tanta parte ebbe nelle battaglie aeree durante la II Guerra. Eppure Jiro non ama la guerra, è innamorato del volo. Nei suoi sogni incontra ripetutamente il suo idolo, l’italiano Giovanni Battista Caproni, geniale costruttore e fondatore della omonima azienda aeronautica, che fu all’avanguardia agli albori del volo. Miyazaki orchestra finemente sogno e realtà nella vicenda, facendo muovere il suo protagonista attraverso un arco di una ventina d’anni della storia giapponese, altro aspetto inusuale nei suoi film, che si svolgono in genere nell’arco di una durata temporale molto breve.
Miyazaki illustra pure le miserie del suo popolo di allora e, tra l’altro, le tremende conseguenze del terremoto del Kanto del 1923. Sullo sfondo dell’intera vicenda si vedono muovere le povere popolazioni di un Paese già allo stremo seppure in preda a forti tensioni guerrafondaie, dalle quali il giovane Jiro si sente assai distante, completamente assorbito dal suo sogno di inventore.
Non manca neppure l’aspetto mélò legato allo sfortunato e disperato amore che unisce il giovane ingegnere alla dolce Nahonoko vittima della tubercolosi. Ma le ali non si fermeranno, voleranno sempre più in alto in un anelito di libertà e seppure le tragiche vicende terrene graveranno sugli animi, il sogno di un’aviazione all’avanguardia si realizzerà in pieno, così come recita la vera storia di Jiro Horikoshi.
Miyazaki volge il suo sguardo ammirato e malinconico alle usanze del tempo. Ci mostra le sue figurine circondandole con gesti misurati nella cortesia, densi nel rispetto. Qualcosa che è andato perso a favore di non si sa bene quale vantaggio. Si alza il vento e il cigno dispiega le sue ali e vola accompagnadosi in un ultimo canto, raffinato, elegante, composto come è stata tutta la carriera del grande maestro al quale va il ringraziamento devoto del suo pubblico di piccoli grandi bambini.



La sequenza iniziale che introduce i due protagonisti è splendida. Sulle note di Funnel of Love la macchina da presa alterna la visione di lui a quella di lei, lontani uno dall’altra, ma sempre intensamente uniti. Lui vive a Detroit, abitando una vecchia dimora trasformata in una buia sala di registrazione, collezionando chitarre elettriche e strumenti musicali di rara bellezza e fattura. I suoi pezzi, languidamente rock, li incide solo con vecchie piastre Revox. Ascolta musica tassativamente in vinile. Come la sua amata si nutre esclusivamente di sangue zero negativo di purissima provenienza. Lei vive a Tangeri in una mistica solitudine, dedita alla costante ricerca della letteratura dalle più svariate provenienze. Anche per lei un sorso di sangue purissimo è l’estasi oltre che la sopravvivenza. Entrambi si guardano bene dall’approfittare di vittime occasionali per il loro nutrimento. Non si sa mai quanto possano essere inquinate dal tenore della vita moderna… A quella stessa realtà vengono però bruscamente richiamati dall’arrivo inatteso e non desiderato della sorella di lei, interpretata da Mia Wasikowska, un po’ punk e tanto fuori di testa. Con la sua presenza possono solo arrivare guai e complicazioni…
L’uomo, apparentemente sprovveduto, non cederà di un passo nel confronto serrato con due gang di spacciatori, una norvegese, l’altra serba. Le due bande, inizialmente ignare della tenacia di questo padre vendicatore, dovranno vedersela tra di loro e, soprattutto, con la sua devastante quanto ingenua determinazione fino al pirotecnico inevitabile finale. Il film scorre fluido e denso di colpi di scena, non lesinando qualche ironica considerazione del regista su certi atteggiamenti razzisti dei suoi connazionali, oppure divertendosi a tratteggiare rapporti omosessuali tra gangsters e, magari, rozze annotazioni serbe sullo stile di vita locale. Una delle più riuscite sequenze mostra proprio i mafiosi serbi divertirsi sui campi da sci, euforici come bambini. Tutta da gustare la colorita e brillante interpretazione del grande Bruno Ganz nei panni del padrino serbo.