Washington Square

La mia giornata iniziava alla gelateria italiana in Washington Square per gustare un espresso, double shot, davvero ottimo. Sorseggiando pigro il mio caffè, aspettavo di vederlo. Tutte le mattine, alle 8 in punto, dal portone del palazzo al 2180 di Washington Square, usciva lui, un vecchio giapponese dagli occhi vivaci. Gli contornava il viso un curatissimo pizzetto sale e pepe. Dopo essersi guardato intorno fugacemente, sapevo che con gesti misurati avrebbe iniziato a ramazzare il marciapiede antistante l’ingresso del palazzo con la sua scopa di plastica riciclata. Di tanto in tanto, però, storceva la bocca con delle buffe smorfie alla Charlot. Non gli piaceva quella scopa. Non era efficace come quelle di salice che venivano usate nel suo villaggio natale nella prefettura di Aomori, nel nord del Giappone. E lui a quel pensiero si lasciava andare, spesso con nostalgia, per tornare ai piccoli gesti di un fare antico che lo avevano fatto crescere armonizzando ogni istante di una vita semplice. La scopa di plastica riciclata era fredda, non ramazzava bene, soprattutto le cicche buttate in terra dai ragazzi neri, quelli che si radunavano in gruppetti di cinque o sei, stazionando tutto il giorno in Washington Square.

Bisognava starci in quella piazzetta, magari seduti sulle panche di pietra, e osservare il teatrino dei neri. Si sfottevano l’un l’altro, magari canticchiavano, e fumavano di tutto, in barba ai poliziotti, soprattutto a quelli che passavano in bicicletta. Gli agenti ci provavano a ordinare bruscamente di smettere con il fumo, a loro come a chiunque. Tutti sapevano che anche le sigarette erano vietate a meno di sei metri dai negozi. Eppoi, diamine, ci voleva un po’ di decoro (?): in Washington Square c’era il via vai continuo dei passeggeri della metro che andava a San Francisco, e c’erano gli studenti stranieri del vicino college (come se loro non facessero uso di erba…). I neri, e tutti come loro, se ne fottevano. Io per primo che, di tanto in tanto, uscivo a fumare seduto su una panca di pietra. I poliziotti filavano via sulle biciclette. L’unico veramente seccato, ma per le cicche in terra, era il vecchio giapponese per via della sua scopa di plastica riciclata che non ramazzava bene. Doveva passarla e ripassarla e lui si stizziva. Voleva che il marciapiede davanti al palazzo del 2180 fosse sempre pulito per il tempo di quel suo fare, tra le otto e le nove del mattino, sempre uguale come il giorno precedente e quello successivo.

Dal canto mio, sorseggiavo il caffè seduto a un tavolino della gelateria italiana in Washington Square e inseguivo il senso della vita. O forse, più semplicemente, sperperavo i lussi di un perditempo durante il suo anno sabbatico. E’ che cercavo i colori della vita come erano davvero, non come credevo di averli visti, desiderati, o comprati in un supermercato da un qualsiasi spacciatore di storie, almeno, fino a quel giorno.

Ogni mattino si ripeteva la stessa filastrocca: il vecchio giapponese puliva il marciapiede con la sua scopa di plastica. I neri bighellonavano. Io guardavo la gente andare e venire da San Francisco a un ritmo sostenuto e continuo. Come se cercassi di confondermi con loro, forse anche perdermi in un’altra tazza di caffè.

Di tanto in tanto il cancaneggiare dei neri si faceva più rumoroso, magari per uno scherzo pesante. Allora il vecchio giapponese si fermava, come se il rumore disturbasse il ritmo del suo ramazzare: alzava lo sguardo e scuoteva la testa, disapprovando. I ragazzi a volte si accorgevano del vecchio, ma non se ne curavano. Terminato il suo fare, lui rientrava nel portone, soffermandosi ancora una volta a controllare che il marciapiede fosse pulito. I neri non disturbavano mai il vecchio giapponese: era parte della piazza, come loro. Era come fossero insiemi indissolubili di un medesimo scenario.

A farne ulteriormente parte ogni mattina arrivava lui, un nero gigantesco, dalle mani grandi come badili, che sospingeva la carrozzella con una donna molto anziana dal viso bellissimo e dai lunghi capelli lisci, bianchissimi, che facevano risaltare ancora di più il suo incarnato color del latte. Si diceva fosse stata una pittrice famosa, ma ora viveva in povertà. Di lui non si sapeva nulla. I due non scambiavano mai una parola. Il gigante nero fermava la carrozzina dell’anziana donna vicino all’ingresso dei magazzini Walgreens, cosicchè lei potesse raccogliere qualche dollaro dai passanti. Non mancavo mai di lasciarle i miei spiccioli. Lei mi sorrideva appena, con una dolcezza infinita.

L’arrivo del gigante nero che spingeva la sedia a rotelle non passava mai inosservato in Washington Square, sia per la sua statura, sia per la figura minuta della donna, ma soprattutto per la composta serenità che emanava dai loro silenzi.

Anche il vecchio giapponese, ogni volta che si recava al Walgreens, si fermava a salutare l’anziana donna in carrozzella. Per un istante, che pareva galleggiare, sospeso in un’altra dimensione, i due si scambiavano un cenno composto del capo, abbozzandosi l’un l’altra un leggero sorriso, come si conoscessero da vecchia data. Senza mai una parola. Pareva che in quell’istante stessero sempre per dirsi qualcosa, ma poi lui distoglieva lo sguardo. Entrava nel grande magazzino senza mai dire nulla. A volte la donna chinava il capo, come assorta in qualche ricordo.

Quando mi accorgevo della loro presenza, restavo incantato dal quel muto saluto affettuoso e mi domandavo quale pudore impedisse loro di parlarsi. Terminati i suoi acquisti, il vecchio usciva lesto senza fermarsi, e, senza voltarsi, andava a casa. Gli occhi della donna invece lo seguivano fino a che il portone del 2180 non si richiudeva dietro le spalle dell’uomo. Allora lei chinava il capo per un attimo e poi tornava a fissare un altrove sbiadito.

Il gigante nero tornava nel tardo pomeriggio. Lo vedevo passare con quella sua andatura lenta e cadenzata che destava gli sguardi dei curiosi. Giunto di fronte ai magazzini Walgreens, si fermava in attesa di un cenno dell’anziana signora con l’incarnato color del latte. Lei, quasi subito, richiamava la sua attenzione con dolcezza. Allora il gigante sbloccava i fermi della sedia a rotelle, iniziando a sospingerla con delicatezza, tra le ali di persone che si scostavano. Indisturbati, sparivano per chissà dove.

Sovente, durante le mie lunghe passeggiate pomeridiane, ero solito fare un’altra piacevole sosta alla gelateria italiana in Washington Square, proprio a fianco del 2180. Seduto al solito tavolino osservavo distrattamente il via vai in Washington Square. Poi, giunta la solita ora, attendevo di vedere il gigante nero che accompagnava l’anziana donna. Ogni volta speravo in cuor mio che il vecchio giapponese uscisse dal 2180 per qualche affare proprio nello stesso istante per incrociare i due. Ero arciconvinto che l’uomo e la donna avessero condiviso una passione triste. Speravo che si parlassero o almeno si salutassero. La mia attesa restava sempre delusa. D’altra parte era evidente che il vecchio giapponese conducesse una vita molto riservata. Non usciva quasi mai. Ogni volta me ne tornavo a gustare il mio gelato alle mandorle tostate e fichi secchi con un senso di vago accoramento. Quel gelato era una delizia, eppure era incapace di allontanare da me dubbi e incertezze su quella che, chissà perché, mi figuravo essere stata una storia d’amore dal finale drammatico. Forse vediamo il mondo come lo immaginiamo e non come è davvero. Viviamo chiusi nei nostri schemi. E’ più facile.

Il venerdì pomeriggio in Washington Square si ascoltava il jazz. Arrivava una band di quattro elementi: piano, batteria, clarino e tromba. Il via vai dei passeggeri della metro che portava a San Francisco rallentava il suo ritmo usuale. Tutti, o quasi, si fermavano ad ascoltare la band. Quei ragazzi il jazz lo suonavano davvero bene e si divertivano pure. Non solo, riuscivano a raccogliere applausi e anche a vendere i loro cd per 10 dollari.

Un venerdi assunse un colore diverso dagli altri e mutò per sempre il respiro di Washington Square.

Mentre la band raccoglieva il solito applauso caloroso, l’attenzione di tutti era stata improvvisamente catturata da un donnone grande e grosso, mai vista in piazza. Era arrivata sporca, malvestita, e, barcollando ubriaca, insultava a gran voce chiunque le si parasse innanzi. Gesticolava, agitando le sue manone con fare sguaiatamente minaccioso. Chi poteva, si scostava. Altri subiva passivamente gli sproloqui della donna. Sputava, andando a muso duro con chiunque. Cercava un qualche scontro fisico. Aveva appena spintonato e fatto cadere uno dei ragazzi neri, che gli altri stavano per saltarle addosso. Voltatasi verso di loro, li aveva annichiliti con i suoi occhi di fuoco e la bocca sfigurata in una smorfia rabbiosa. Li sfidava. Teneva le braccia larghe, con le mani pronte a colpire chiunque le si fosse avventato contro per primo. Era agile nonostante la mole. Una bestia scatenata. I ragazzi neri si erano defilati una volta visto il loro compagno rialzarsi acciaccato e ripararsi lesto dietro un albero. Soddisfatta per la grottesca vittoria il donnone aveva indirizzato altrove la sua rabbia.

Davanti ai magazzini Walgreens, seduta sulla sedia a rotelle, stava, come al solito, l’anziana signora. Appena vistala, il donnone le si era rivolta contro. Voleva i suoi pochi spiccioli. La insultava a muso duro strattonando la carrozzella. L’anziana donna non reagiva, non parlava, guardava con distacco e senza paura il donnone ubriaco che non mollava la presa. Nessuno degli astanti pensava minimamente di intervenire. Le due donne erano sole. Chi mai avrebbe davvero pensato di andare a cercarsi rogne. Quella forzuta faceva davvero paura.

Proprio in quel mentre il vecchio giapponese stava uscendo dal portone del 2180. Non appena intravista la scena, come se lui solo si fosse reso conto del pericolo che correva l’anziana signora, era corso in casa a prendere la sua scopa di plastica. Ridisceso in strada si era avventato di corsa verso l’ubriaca brandendo la scopa con due mani, per colpirla sulla schiena. Mentre correva urtava in malo modo le persone inchiodate immobili sul marciapiede di Washington Square. Non avevo mai udito la sua voce. In un attimo il donnone si era voltata verso il vecchio giapponese, che stava per colpirla, strappandogli di mano la scopa di plastica. Urlandogli parole incomprensibili lo aveva gettato a terra iniziando a sferrare con furia inaudita colpi su colpi sul corpo dell’uomo inerme, prendendolo a calci, sputandolgi addosso tutto il suo veleno. Qualcuno aveva chiamato il 911 proprio mentre il gigante nero attraversava correndo la piazza. Di nuovo tutto si era svolto in un attimo. Giunto davanti al donnone, che ancora infieriva sul povero vecchio, l’aveva afferrata con le sue mani grandi come badili e l’aveva sollevata da terra. La donna era stretta in una morsa d’acciaio. Tentava di divincolarsi urlando, ma il gigante nero era troppo forte anche per lei e non mollava la presa. L’anziana donna sulla carrozzella lo pregava a gran voce di lasciare andare l’ubriaca. Nessuno aveva mai udito la sua voce.

Gli agenti di polizia erano accorsi con due macchine. Avevano distanziato la folla e usato i taser per colpire il gigante e il donnone con le scariche elettriche. Immobilizzati a terra li avevano condotti via sulle auto a serene spiegate. Intanto i paramedici si erano occupati del vecchio giapponese che non si muoveva più. Aveva l’aspetto di un mucchietto di stracci. L’anziana donna sulla sua sedia a rotelle lo seguiva con il viso rigato di lacrime. In men che non si dica tutto era tornato alla calma in un silenzio freddo. La folla si era dispersa. I suonatori avevano riposto gli strumenti e se ne erano andati. Uno dei ragazzi neri si era avvicinato alla anziana signora e aveva iniziato a spingere la sedia a rotelle, accompagnato dai suoi amici in quello che pareva un corteo triste. Si udivano solo i segnali sonori dei semafori mentre attraversavano Washington Square.

Il giorno dopo sul Chronicle si leggeva in un trafiletto che il vecchio giapponese era morto.

Io avevo visto tutto seduto al mio solito tavolino nella gelateria italiana. Il mio gelato preferito si era sciolto. Il mio cuore era freddo. Avevo i brividi in tutto il corpo, non realizzavo cosa fosse davvero successo. La mia curiosità ostinata nel voler sapere della storia dell’anziana signora sulla carrozzella e del vecchio giapponese mi lasciava un senso di nausea. Mi sentivo quasi responsabile dell’accaduto e non capivo il senso di tutto ciò che avevo visto, ammesso che un senso ci fosse, da qualche parte.

Qualche giorno dopo al funerale del vecchio giapponese c’erano solo i ragazzi neri che cantavano sottovoce una nenia struggente. Al cimitero li aspettava l’anziana signora seduta sulla sua sedia a rotelle. Dietro di lei il gigante nero.

Sulla tomba del vecchio giapponese qualcuno aveva poi lasciato una scopa di plastica riciclata e un fiore bianco.

Uno dei miei studenti, incuriosito dal racconto di quel giorno, mi ha poi rivelato che, durante una ricerca in biblioteca, aveva notato un trafiletto sul Chronicle di ventidue anni prima, proprio in coincidenza della stessa data di quei fatti:

“Dopo una breve fuga, gli agenti hanno catturato Hayao Daisuke, 42. Poco prima, al volante della sua auto, completamente ubriaco, si era scontrato frontalmente con un mezzo della nettezza urbana, cercando di fuggire dopo l’impatto.

Nell’incidente ha perso la vita il figlio Mark, 12. La moglie, la famosa pittrice newyorkese, Margaret Boyle, 41, è rimasta paralizzata nell’uso delle gambe. I due erano stati visti a cena in un noto ristorante in Washington Square, dove si era assistito a un loro brutto litigio.”

 

 

Dario Arpaio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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