Dead Man (’95), Ghost Dog (’99), e l’incantevoleBroken Flowers del 2005, sono alcuni dei titoli che fanno di Jim Jarmusch uno dei cineasti americani indipendenti di maggiore successo di critica e di pubblico. Ogni volta che è sbarcato a Cannes, il plauso si è ripetuto con intensità crescente se non pari a quanto ricevuto in precedenza. Altrettanto è stato per Solo gli Amanti Sopravvivono, accolto intensamente alla presentazione avvenuta a Cannes nel 2013. Jarmusch è artista poliedrico e raffinato regista, sceneggiatore, attore, musicista. Tra l’altro, con la sua band ha eseguito in prima persona alcuni dei brani della colonna sonora del film. E veniamo alla storia proposta dalla sua intrigante sceneggiatura. Solo gli Amanti Sopravvivono e lo possono loro soltanto, oltre ogni mediocrità e bruttura del mondo attuale, così afferma malinconicamente Jarmusch. Per ribadirlo mette in scena l’amore intensamente romantico di due vampiri, intepretati con buona dose di ironia da una splendida Tilda Swinton e da Tom Hiddleston. Sono esteti raffinati, legati al piacere della conoscenza della letteratura più colta, della storia della musica, sulla quale loro stessi hanno pure influito nei secoli di lunga permanenza in questo mondo, dove gli umani sono solo zombie, inutili e dannosi esseri usa e getta. Non sanno né apprendere, né comprendere le meraviglie che la Terra è in grado di offrire. I due, che si chiamano non a caso Eve e Adam, hanno frequentato nel tempo personaggi della levatura Shakespeare e Schubert e chissà quanti altri. Il loro amico di sempre, interpretato da un intenso John Hurt, si schermisce gigioneggiando nel non voler ammettere che Amleto è stato lui stesso a cederlo al grande bardo. Sono i vampiri secondo Jarmusch gli unici esseri in grado di apprezzare la vita nella sua stessa essenza. Loro che vivi non sono.

tumblr_motjnwkooa1qb7ui6o1_500La sequenza iniziale che introduce i due protagonisti è splendida. Sulle note di Funnel of Love la macchina da presa alterna la visione di lui a quella di lei, lontani uno dall’altra, ma sempre intensamente uniti. Lui vive a Detroit, abitando una vecchia dimora trasformata in una buia sala di registrazione, collezionando chitarre elettriche e strumenti musicali di rara bellezza e fattura. I suoi pezzi, languidamente rock, li incide solo con vecchie piastre Revox. Ascolta musica tassativamente in vinile. Come la sua amata si nutre esclusivamente di sangue zero negativo di purissima provenienza. Lei vive a Tangeri in una mistica solitudine, dedita alla costante ricerca della letteratura dalle più svariate provenienze. Anche per lei un sorso di sangue purissimo è l’estasi oltre che la sopravvivenza. Entrambi si guardano bene dall’approfittare di vittime occasionali per il loro nutrimento. Non si sa mai quanto possano essere inquinate dal tenore della vita moderna… A quella stessa realtà vengono però bruscamente richiamati dall’arrivo inatteso e non desiderato della sorella di lei, interpretata da Mia Wasikowska, un po’ punk e tanto fuori di testa. Con la sua presenza possono solo arrivare guai e complicazioni…

Jarmusch racconta la sua storia con sottile ironia, malinconico romantico finissimo sarcasmo, quasi richiamando lo spleen baudeleriano, ma senza affettazione, senza estetismi fuori luogo. Il suo è un dolente richiamo all’amore profondo come unico elisir per una vita davvero vissuta. Il resto è silenzio.

In Ordine di Sparizione è un film decisamente nordico, frutto di una brillante coproduzione norvegese, svedese e danese. E’ ambientato in una fredda monocolore e nevosa Norvegia, magnificamente fotografata da Philip Ogaard, e porta la firma del regista Hans Peter Molland. Lo ricordiamo per Beautiful Country del 2004 con Nick Nolte e Tim Roth, presentato, anch’esso come In Ordine di Sparizione, alla berlinale, dove entrambi i titoli hanno riscosso un più che meritato successo. Se il primo si fondava su di un soggetto drammatico, il nuovo film è una piacevolissima e divertente commedia black, quasi thriller, in odor di Tarantino, con qualche richiamo allo stile dei Cohen, anche in virtù di vaghe similitudini nell’impostazione e nei contenuti di certi dialoghi, assimilabili nella forma a quelli tipici dei registi americani. In Ordine di Sparizionerimane comunque un’opera originalissima del regista norvegese, divertente a tutto tondo, sebbene di morti ammazzati ce ne siano a bizzeffe. Il bravo attore svedese Stellan Skarsgard, che figura anche tra i produttori del film, interpreta il ruolo protagonista di un padre incredulo di fronte alla morte per overdose del figlio che si incaponisce nella ricerca della verità, dando il via a una vendetta senza fine. Lui di mestiere guida giganteschi spazzaneve, ed è un buonuomo di nome Dickman, il che tradotto dall’americano… beh, meglio non scriverlo in fascia protetta…

in_ordine_di_sparizione_08L’uomo, apparentemente sprovveduto, non cederà di un passo nel confronto serrato con due gang di spacciatori, una norvegese, l’altra serba. Le due bande, inizialmente ignare della tenacia di questo padre vendicatore, dovranno vedersela tra di loro e, soprattutto, con la sua devastante quanto ingenua determinazione fino al pirotecnico inevitabile finale. Il film scorre fluido e denso di colpi di scena, non lesinando qualche ironica considerazione del regista su certi atteggiamenti razzisti dei suoi connazionali, oppure divertendosi a tratteggiare rapporti omosessuali tra gangsters e, magari, rozze annotazioni serbe sullo stile di vita locale. Una delle più riuscite sequenze mostra proprio i mafiosi serbi divertirsi sui campi da sci, euforici come bambini. Tutta da gustare la colorita e brillante interpretazione del grande Bruno Ganz nei panni del padrino serbo.

Se è inconfutabile ed evidente che il cinema europeo sia ormai orientato sempre più verso la commedia, va applaudita la prova di Molland e del suo Kraftidioten (chissà come si traduce davvero…), titolo originale più che rappresentativo di questa serie di efferati omicidi In Ordine di Sparizione