Dopo il grande successo ottenuto con il suo pluripremiato film Ida nel 2015, Pawel Pawlikoski punta diritto nel 2019 a un altro Oscar con Cold War (Zimna wojna). Ben tre sono le nominations che lo vedranno in gara al Dolby Theatre di Los Angeles il 24 febbraio: Miglior Regista, Miglior Film Straniero, Miglior Fotografia. E se Ida era drammaticamente intenso, Cold War supera ogni aspettativa possibile.

L’amore di Victor (Tomasz Kot) e Zula (Joanna Kulig) si accende nel ’49 quando nella Polonia stalinista iniziano le audizioni per creare una scuola di ballo e canti popolari, tali da essere rappresentati in tutto il Paese. Victor è il maestro di musica, Zula un’aspirante cantante ballerina. La chimica tra loro è sconvolgente. La passione li nutre, immediata. Ma vivono sotto il controllo del Regime che li porterà a separarsi nel momento in cui, nel ’52, durante una tournèe di gran successo Victor decide la fuga in Occidente. Zula, spaventata e insicura, lo abbandona.

Si ritroveranno a Parigi nel ’54. Victor, nel frattempo, ha ottenuto il successo come pianista e compositore. Zula lo raggiungerà ma, ancora una volta, il loro amore non avrà vita lunga. Lei fuggirà di nuovo da se stessa e dal suo compagno. I due torneranno a incontrarsi e lasciarsi drammaticamente attraverso un Europa ormai definitivamente divisa dal muro. Victor, divenuto apolide, accetterà una penosa carcerazione pur di tornare in Polonia nella speranza di riavere la sua Zula. Lui e lei si incontreranno ancora.

Il film, in formato 4/3, respira un bianco nero a dir poco sontuoso, perfetto, grazie alla fotografia di Lukasz Zel. I dialoghi, come già per Ida, sono scarni, essenziali e si rincorrono in uno sviluppo narrativo di grande impatto emotivo, fatto di ombre e chiaroscuri. La Parigi bohémien degli anni ’50 accarezza gli amanti in un tripudio di sax e tromba, come solo il jazz è capace. Pawlikowski, con Cold War, compie un ulteriore salto di qualità tale da lasciar presagire l’arrivo di ulteriori eccellenti prodotti in un cinema europeo, che trova in lui un regista di rara maestria e bellezza.

 

Dario Arpaio

 

Grazie a una campagna di crowfunding, Claudio Ripalti esordisce nella regia cinematografica portando sugli schermi le vicende della Banda Grossi, rappresentandone la storia con mano felice.

Il film racconta delle Marche nell’Italia post-risorgimentale e del disagio delle classi contadine, allorquando il potere dei Piemontesi, semplicemente sostituendosi a quello del Papato e dei Borboni, aggravava ovunque le condizioni di vita del popolo. Le tasse aumentavano e i giovani venivano chiamati all’arruolamento obbligatorio nell’esercito savoiardo, lasciando senza risorse le famiglie più povere. Unica via di fuga restava la macchia e il brigantaggio, che per contr’altare portava a commettere nefandezze di ogni sorta. Terenzio Grossi e i suoi compari furono una delle tante figure di briganti rese nobili nell’immaginario popolare: contrastavano le angherie dei padroni e dei carabinieri, pur commettendo rapine violente, stupri e saccheggi.

Quando un uomo è costretto a subire e ancora subire ingiustizie, prima o poi, si scatena e si ribella nei modi più truci, salvo poi ricevere la risposta violenta della giustizia. Il singolo individuo poco o nulla può contro l’arroganza del potere che, in quanto tale, cresce nella corruzione e nel malaffare di Stato. Il fenomeno del brigantaggio si espande a dismisura nell’Italia post-risorgimentale per venire poi represso duramente con ogni mezzo, lasciando all’iconografia un certo qual punto di vista romantico.

La Banda Grossi si sviluppa degnamente sui temi della piccola storia dei briganti marchigiani, tra violenze e tradimenti, onore e amicizie virili, giocando tra i sotterfugi del potere e gli eroismi senza nome. Solo un esiguo budget non consente di produrre un film di maggiore spessore pur offrendo una più che buona prova filmica a tratti un po’ ‘teatralizzata’.

Degne di nota le interpretazioni di Camillo Corciaro (Terenzio Grossi) e di Leonardo Ventura (Olinto Venturi).

Claudio Ripalti firma anche la fotografia, assai ben calibrata, e le stesse musiche.

Dario Arpaio

 

Harry Dean Stanton, scomparso nel settembre del 2017, è il protagonista assoluto del delizioso film Lucky, opera prima dell’attore John Carroll Lynch in veste di regista. Presentato al Locarno Film Festival ha ottenuto il Premio della Giuria ed è stato candidato per il Pardo d’Oro. Altrove ha ottenuto ampi consensi di critica e di pubblico.

Lui, Harry Dean Stanton, novantunenne, è il corpo e l’anima di Lucky, il suo ultimo personaggio, quasi si sentisse chiamato a impersonare proprio se stesso nei panni del vecchio dinoccolato e cinico che cammina con passo cadenzato lungo le strade assolate di una anonima cittadina nel deserto del sud degli Stati Uniti.

Non è più solo il caratterista amato da registi del calibro di David Lynch, Wim Wenders, Francis Coppola, Sam Peckinpah che lo hanno diretto in oltre 200 film. Spesso per ruoli secondari, almeno fino a quel magico primo tempo di Paris Texas (Palma d’Oro a Cannes nell’84), quando Wenders lo fa camminare attraverso il deserto della sua disperazione di marito tradito, di uomo solo, accompagnato solo dalle struggenti note di Ry Cooder.

E cammina Dean Stanton. Il suo Lucky è invecchiato, ha il volto scavato dal tabacco Virgina delle tante sigarette. Non manca mai di ripetere i suoi esercizi yoga mattutini. Beve caffè americano con tanta crema. Cammina. Nella anonima cittadina i tempi sono scanditi dal vento del deserto e gli incontri e i gesti sono sempre gli stessi del giorno prima e di quello a venire.

Ogni sera Lucky si reca nell’amata roadhouse a bere bloody mary stuzzicando gli amici. Uno in particolare, il vecchio Howard, al quale David Lynch si offre con garbo e ironia. Howy è visibilmente disperato per la scomparsa di George Washington, la sua testuggine centenaria in fuga nel deserto, chissà dove. Un evento improvviso e inatteso nella vita di Howard. Così come accade a Lucky quando si ritrova in terra, pur senza perdere i sensi, lasciandolo profondamente turbato, posto dinanzi alla sua fragilità di anziano.

D’un tratto Lucky riflette sul significato profondo del ‘realismo’. Lo fa attraverso le sue amate parole crociate, quando il gioco lo porta a consultare il grande vocabolario poggiato religiosamente su di un leggio. Il gioco della realtà è come precipitato, improvvisamente nel buio. Le parole e il loro significato inaspettatamente turbano Lucky e la sua routine quieta e misurata: scopre di avere paura. Tutto il bello della vita è ormai alle spalle. Di fronte a sè solo un ignoto oscuro.

Ma Lucky è coriaceo. Rinfresca la tiepida semplicità della vita vissuta nel presente in quanto tale, ed è ancora capace di sorbire linfa e ossigeno dai minuti piccoli istanti di serena contemplazione della vita stessa.

Riscopre anche la gioia e la festa quando viene invitato da una amica per un compleanno messicano. Ci sono i mariachi e Harry Dean e Lucky si esibiscono in uno dei più toccanti momenti del film.

John Carrol Lynch con il suo Lucky esordisce nella regia firmando un film aggraziato e ben girato su di uno script tanto leggero quanto intensamente riflessivo sui significati più alti della vita. E se di Lynch attore ricordiamo tra le sue interpretazioni Fargo o il più recente The Founder, non possiamo non apprezzarlo nei panni di regista capace di coniugare leggerezza e dramma esistenziale con tocco fermo e delicato.

Una volta di più va applaudita la prova di Harry Dean Stanton che ci lascia poco dopo aver vestito i panni del suo Lucky, regalandoci un ultimo sorriso venato di malinconia tra le rughe di un volto che non dimenticheremo.

E intanto, la testuggine George Washington ancora cammina nel deserto.

 

Dario Arpaio

James Gray, regista e sceneggiatore newyorkese, esordisce nel 1994 a Venezia, aggiudicandosi il Leone d’Argento per la sua opera prima Little Odessa.

Di lui si possono citare i successivi Two Lovers (2008) e C’era una volta New York (2013). Pellicole di un certo interesse, forse sottotono rispetto all’esordio.

Gray prosegue per la sua strada senza cedere alle lusinghe delle varie proposte di Hollywood. Vuole camminare, senza compromessi, nel segno del ‘suo’ cinema, con la ‘sua’ impronta anche nella scrittura.

Ritorna sugli schermi con Civiltà perduta, biopic sulla vita dell’esploratore Percy Fawcett, forse l’ultimo visionario del XX secolo.

Gray basa la sua sceneggiatura sul romanzo di David Grann, The Lost City of Z , e si avvale della produzione e del supporto di Brad Pitt, attraverso la Plan B Entertainment. Lo stesso Pitt avrebbe dovuto impersonare il ruolo protagonista, passato successivamente a Benedict Cumberbatch, che, a sua volta, ha rinunciato.

E’ il giovane Charlie Hunnam a vestire i panni di Percy Fawcett. Lo abbiamo recentemente visto in quelli del King Arthur del pirotecnico Guy Ritchie.

La scelta di Hunnam si rivela forse meno felice di quella di Sienna Miller, nel ruolo della sposa dell’esploratore, o di Robert Pattinson nelle vesti dell’amico e compagno di viaggi di Fawcett, entrambi più forti ed efficaci nei rispettivi ruoli.

Hunnam si rivela solo discretamente espressivo, non sufficientemente empatico nel far risaltare i drammi intimi del suo personaggio, l’intima sofferenza e, al tempo stesso, l’esaltazione dell’esploratore ossessionato dalle sue ricerche.

Civiltà Perduta narra la vicenda del maggiore dell’esercito inglese Percy Fawcett. Nei primi anni del ‘900, viene incaricato dalla prestigiosa Royal Geographic Society di mappare i confini tra Bolivia e Brasile. Un’azione di arbitrato tra i due Stati, apparentemente super partes, ma tesa di fatto ad aggiudicare all’impero britannico il successivo controllo del traffico del caucciù, in perfetto stile imperialistico.

Fawcett inizia quella che sarà solo la prima delle sue eplorazioni in un territorio estremamente duro ed ostile.

Giunto alle sorgenti del Rio Verde, scopre casualmente alcuni reperti tali da fargli ritenere di aver trovato le tracce di una civiltà precolombiana particolarmente evoluta.

Torna in Inghilterra per l’agognato trionfo che la sua mediocre carriera anelava. Successivamente si ostina a ottenere altro credito, fino a riuscire a tornare più volte in Amazzonia per poi scomparire per sempre nel 1926 in circostanze misteriose, mai appurate, che causano la morte anche del primogenito Jack.

Gray tratteggia la figura dell’esploratore sotto diverse chiavi di lettura. La prima è quella del visionario che persegue ostinatamente, contro tutto e tutti, i propri obbiettivi. La seconda è quella dell’uomo il quale, una volta rientrato nel suo ambito familiare, non ritrova se stesso. Non riesce a riempire e superare il vuoto lasciato dal viaggio, quello dentro di sé, oltre il proprio limite, oltre lo spaesamento, oltre la caduta e la risalita. Un’ulteriore chiave di lettura è quella dell’uomo che si oppone ai canoni di una società dagli schemi rigidi come quella vittoriana, a favore di una libertà di pensiero e di espressione.

Gray confeziona il suo film seguendo amati schemi classici. Le riprese nell’Amazzonia hanno costretto la troupe a mille disagi e vive sofferenze. La macchina da presa, forse resta un po’ distaccata dai suoi personaggi. Civiltà Perduta emoziona, ma non lascia fino in fondo un segno nel cuore dello spettatore. Questo è forse un limite per quello che rimane, a tutto tondo, un film gradevole.

Fuori luogo i vari commenti che cercano un’impronta conradiana nella sceneggiatura o che accostano in tono minore il film di Gray ai capolavori di Herzog, tra Aguirre e Fitzcarraldo. Gray sta a se stesso, così come Fawcett rimane l’ultimo degli esploratori visionari del XX secolo.

Buone le performances degli attori comprimari. Non ultimo Tom Holland, nei panni del figlio Jack, che vedremo presto in quelli del nuovo Spiderman.

Più che degna di nota anche la fotografia di Darius Khandji, chiamato al difficile compito di rendere vibranti le luci e i colori della foresta amazzonica.

 

Dario Arpaio.

s2Martin Scorsese è un gigante del cinema e ogni sua nuova opera aggiunge un tassello di pregio alla già ricca filmografia. Se i blockbuster tendono alla semplificazione del gusto che omologa e non porta riflessione, Scorsese con il suo ultimo film, Silence, si cimenta con un tema, quello della Fede in Dio, tale da generare profondi e ardui meccanismi di pensiero.

Lui stesso ha sentito in sé i crismi di una vocazione giovanile e solo l’assenza di una ‘chiamata’ lo ha fatto desistere dall’idea di farsi prete. Tutta la sua carriera, ogni suo film, in qualche dettaglio, magari minimo, testimonia la tensione del suo intimo sguardo verso l’uomo nella sua ricerca di Dio.

Silence è il frutto di trentanni di preparazione fin da quando, nell’88, l’arcivescovo Paul Moore, all’indomani dell’uscita del discusso L’Ultima Tentazione di Cristo, suggerì a Scorsese di leggere Shusaku Endo e il suo Silenzio.

La lettura di quel romanzo ha dato inizio alla tormentata gestazione di un film finalmente giunto sugli schermi.

Silence racconta un episodio dell’ultima fase della persecuzione, avvenuta nel XVII secolo, ad opera del governo giapponese, nei confronti della temuta diffusione del cristianesimo cattolico tra la popolazione, il cui allontamento dalla religione ufficiale, propiziato dai missionari perloppiù gesuiti, veniva considerato una pericolosa ingerenza dell’Occidente.

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Due giovani missionari portoghesi si recano in Giappone alla ricerca del loro padre spirituale del quale si sono perse le tracce. I due giovani, padre Rodriguez (Andrew Garfield) e padre Garupe (Adam Driver) partono con grande entusiasmo e fede granitica, certi di ritrovare il loro amato padre Ferreira (Liam Neeson) per smentire le false notize sulla sua apostasia. Sono perfettamente consci di potere andare incontro al martirio in un Paese dove decine di migliaia di cristiani sono caduti vittime di torture indicibili prima dell’inevitabile sentenza di morte.

Se inizialmente riescono a farsi accogliere da piccole comunità cristiane, devono poi fare i conti con la persecuzione. Padre Garupe non indietreggerà, non cederà alle torture e seguirà la via del martirio. Padre Rodriguez, venuto a contatto diretto con il grande inquisitore, vivrà la sua più profonda ‘notte oscura’ della Fede e sentirà il peso del Silenzio di Dio attraverso il quale, per vie insondabili, seguirà il suo cammino spirituale.

Scorsese segue passo passo il tormento di padre Rodriguez. Lo pone a confronto con il contadino Kichijiro nei suoi continui tradimenti e pentimenti. Lo mette poi di fronte alla propria coscienza e anche al punto di vista dei giapponesi verso gli ‘arroganti’ padri missionari, i quali non si sono curati della loro cultura, ma hanno voluto imporre una verità considerata assoluta, calpestando ogni discrezione nell’approccio con un Paese dalla storia millenaria.

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Sono le differenze culturali a scrivere i capitoli della Storia e allora, chi può arrogarsi il diritto di imporre i propri valori su chi è diverso. Ovvero non può esistere una sola verità assoluta, giustificando così e significando una delle possibili chiavi di lettura di Silence. Ma il film ‘impone’ riflessioni ben più intime senza fornire risposte, bensì solo interrogativi.

Infine Scorsese si manifesta in una particolare tenerezza nel centrare l’obbiettivo su di un minuscolo crocifisso di legno, nascosto agli aguzzini. In quel minimo sudario si manifesta un amore, che più grande non può essere, ben oltre la miseria di una fragilità umana, destinata in quanto tale a piegarsi dopo essersi tronfiamente inorgoglita di fronte al nulla della propria vanità.

Grande meriti vanno attribuiti al grande Dante Ferretti al quale Scorsese si è rivolto per le scenografie e i costumi di Silence. Ben 2000 ne sono stati  confezionati per vestire attori e comparse che hanno popolato le location di Taiwan dove sono stati costruiti i set, curati in ogni minimo dettaglio.

Grande artigianato è la risposta del cinema di Scorsese e dei suoi collaboratori per offrire ancora una volta la cifra di un cinema vivo, essente ed essenziale, tale da perpetrare il segno della 7° arte.

 

 

 

Dario Arpaio