Washington Square

La mia giornata iniziava alla gelateria italiana in Washington Square per gustare un espresso, double shot, davvero ottimo. Sorseggiando pigro il mio caffè, aspettavo di vederlo. Tutte le mattine, alle 8 in punto, dal portone del palazzo al 2180 di Washington Square, usciva lui, un vecchio giapponese dagli occhi vivaci. Gli contornava il viso un curatissimo pizzetto sale e pepe. Dopo essersi guardato intorno fugacemente, sapevo che con gesti misurati avrebbe iniziato a ramazzare il marciapiede antistante l’ingresso del palazzo con la sua scopa di plastica riciclata. Di tanto in tanto, però, storceva la bocca con delle buffe smorfie alla Charlot. Non gli piaceva quella scopa. Non era efficace come quelle di salice che venivano usate nel suo villaggio natale nella prefettura di Aomori, nel nord del Giappone. E lui a quel pensiero si lasciava andare, spesso con nostalgia, per tornare ai piccoli gesti di un fare antico che lo avevano fatto crescere armonizzando ogni istante di una vita semplice. La scopa di plastica riciclata era fredda, non ramazzava bene, soprattutto le cicche buttate in terra dai ragazzi neri, quelli che si radunavano in gruppetti di cinque o sei, stazionando tutto il giorno in Washington Square.

Bisognava starci in quella piazzetta, magari seduti sulle panche di pietra, e osservare il teatrino dei neri. Si sfottevano l’un l’altro, magari canticchiavano, e fumavano di tutto, in barba ai poliziotti, soprattutto a quelli che passavano in bicicletta. Gli agenti ci provavano a ordinare bruscamente di smettere con il fumo, a loro come a chiunque. Tutti sapevano che anche le sigarette erano vietate a meno di sei metri dai negozi. Eppoi, diamine, ci voleva un po’ di decoro (?): in Washington Square c’era il via vai continuo dei passeggeri della metro che andava a San Francisco, e c’erano gli studenti stranieri del vicino college (come se loro non facessero uso di erba…). I neri, e tutti come loro, se ne fottevano. Io per primo che, di tanto in tanto, uscivo a fumare seduto su una panca di pietra. I poliziotti filavano via sulle biciclette. L’unico veramente seccato, ma per le cicche in terra, era il vecchio giapponese per via della sua scopa di plastica riciclata che non ramazzava bene. Doveva passarla e ripassarla e lui si stizziva. Voleva che il marciapiede davanti al palazzo del 2180 fosse sempre pulito per il tempo di quel suo fare, tra le otto e le nove del mattino, sempre uguale come il giorno precedente e quello successivo.

Dal canto mio, sorseggiavo il caffè seduto a un tavolino della gelateria italiana in Washington Square e inseguivo il senso della vita. O forse, più semplicemente, sperperavo i lussi di un perditempo durante il suo anno sabbatico. E’ che cercavo i colori della vita come erano davvero, non come credevo di averli visti, desiderati, o comprati in un supermercato da un qualsiasi spacciatore di storie, almeno, fino a quel giorno.

Ogni mattino si ripeteva la stessa filastrocca: il vecchio giapponese puliva il marciapiede con la sua scopa di plastica. I neri bighellonavano. Io guardavo la gente andare e venire da San Francisco a un ritmo sostenuto e continuo. Come se cercassi di confondermi con loro, forse anche perdermi in un’altra tazza di caffè.

Di tanto in tanto il cancaneggiare dei neri si faceva più rumoroso, magari per uno scherzo pesante. Allora il vecchio giapponese si fermava, come se il rumore disturbasse il ritmo del suo ramazzare: alzava lo sguardo e scuoteva la testa, disapprovando. I ragazzi a volte si accorgevano del vecchio, ma non se ne curavano. Terminato il suo fare, lui rientrava nel portone, soffermandosi ancora una volta a controllare che il marciapiede fosse pulito. I neri non disturbavano mai il vecchio giapponese: era parte della piazza, come loro. Era come fossero insiemi indissolubili di un medesimo scenario.

A farne ulteriormente parte ogni mattina arrivava lui, un nero gigantesco, dalle mani grandi come badili, che sospingeva la carrozzella con una donna molto anziana dal viso bellissimo e dai lunghi capelli lisci, bianchissimi, che facevano risaltare ancora di più il suo incarnato color del latte. Si diceva fosse stata una pittrice famosa, ma ora viveva in povertà. Di lui non si sapeva nulla. I due non scambiavano mai una parola. Il gigante nero fermava la carrozzina dell’anziana donna vicino all’ingresso dei magazzini Walgreens, cosicchè lei potesse raccogliere qualche dollaro dai passanti. Non mancavo mai di lasciarle i miei spiccioli. Lei mi sorrideva appena, con una dolcezza infinita.

L’arrivo del gigante nero che spingeva la sedia a rotelle non passava mai inosservato in Washington Square, sia per la sua statura, sia per la figura minuta della donna, ma soprattutto per la composta serenità che emanava dai loro silenzi.

Anche il vecchio giapponese, ogni volta che si recava al Walgreens, si fermava a salutare l’anziana donna in carrozzella. Per un istante, che pareva galleggiare, sospeso in un’altra dimensione, i due si scambiavano un cenno composto del capo, abbozzandosi l’un l’altra un leggero sorriso, come si conoscessero da vecchia data. Senza mai una parola. Pareva che in quell’istante stessero sempre per dirsi qualcosa, ma poi lui distoglieva lo sguardo. Entrava nel grande magazzino senza mai dire nulla. A volte la donna chinava il capo, come assorta in qualche ricordo.

Quando mi accorgevo della loro presenza, restavo incantato dal quel muto saluto affettuoso e mi domandavo quale pudore impedisse loro di parlarsi. Terminati i suoi acquisti, il vecchio usciva lesto senza fermarsi, e, senza voltarsi, andava a casa. Gli occhi della donna invece lo seguivano fino a che il portone del 2180 non si richiudeva dietro le spalle dell’uomo. Allora lei chinava il capo per un attimo e poi tornava a fissare un altrove sbiadito.

Il gigante nero tornava nel tardo pomeriggio. Lo vedevo passare con quella sua andatura lenta e cadenzata che destava gli sguardi dei curiosi. Giunto di fronte ai magazzini Walgreens, si fermava in attesa di un cenno dell’anziana signora con l’incarnato color del latte. Lei, quasi subito, richiamava la sua attenzione con dolcezza. Allora il gigante sbloccava i fermi della sedia a rotelle, iniziando a sospingerla con delicatezza, tra le ali di persone che si scostavano. Indisturbati, sparivano per chissà dove.

Sovente, durante le mie lunghe passeggiate pomeridiane, ero solito fare un’altra piacevole sosta alla gelateria italiana in Washington Square, proprio a fianco del 2180. Seduto al solito tavolino osservavo distrattamente il via vai in Washington Square. Poi, giunta la solita ora, attendevo di vedere il gigante nero che accompagnava l’anziana donna. Ogni volta speravo in cuor mio che il vecchio giapponese uscisse dal 2180 per qualche affare proprio nello stesso istante per incrociare i due. Ero arciconvinto che l’uomo e la donna avessero condiviso una passione triste. Speravo che si parlassero o almeno si salutassero. La mia attesa restava sempre delusa. D’altra parte era evidente che il vecchio giapponese conducesse una vita molto riservata. Non usciva quasi mai. Ogni volta me ne tornavo a gustare il mio gelato alle mandorle tostate e fichi secchi con un senso di vago accoramento. Quel gelato era una delizia, eppure era incapace di allontanare da me dubbi e incertezze su quella che, chissà perché, mi figuravo essere stata una storia d’amore dal finale drammatico. Forse vediamo il mondo come lo immaginiamo e non come è davvero. Viviamo chiusi nei nostri schemi. E’ più facile.

Il venerdì pomeriggio in Washington Square si ascoltava il jazz. Arrivava una band di quattro elementi: piano, batteria, clarino e tromba. Il via vai dei passeggeri della metro che portava a San Francisco rallentava il suo ritmo usuale. Tutti, o quasi, si fermavano ad ascoltare la band. Quei ragazzi il jazz lo suonavano davvero bene e si divertivano pure. Non solo, riuscivano a raccogliere applausi e anche a vendere i loro cd per 10 dollari.

Un venerdi assunse un colore diverso dagli altri e mutò per sempre il respiro di Washington Square.

Mentre la band raccoglieva il solito applauso caloroso, l’attenzione di tutti era stata improvvisamente catturata da un donnone grande e grosso, mai vista in piazza. Era arrivata sporca, malvestita, e, barcollando ubriaca, insultava a gran voce chiunque le si parasse innanzi. Gesticolava, agitando le sue manone con fare sguaiatamente minaccioso. Chi poteva, si scostava. Altri subiva passivamente gli sproloqui della donna. Sputava, andando a muso duro con chiunque. Cercava un qualche scontro fisico. Aveva appena spintonato e fatto cadere uno dei ragazzi neri, che gli altri stavano per saltarle addosso. Voltatasi verso di loro, li aveva annichiliti con i suoi occhi di fuoco e la bocca sfigurata in una smorfia rabbiosa. Li sfidava. Teneva le braccia larghe, con le mani pronte a colpire chiunque le si fosse avventato contro per primo. Era agile nonostante la mole. Una bestia scatenata. I ragazzi neri si erano defilati una volta visto il loro compagno rialzarsi acciaccato e ripararsi lesto dietro un albero. Soddisfatta per la grottesca vittoria il donnone aveva indirizzato altrove la sua rabbia.

Davanti ai magazzini Walgreens, seduta sulla sedia a rotelle, stava, come al solito, l’anziana signora. Appena vistala, il donnone le si era rivolta contro. Voleva i suoi pochi spiccioli. La insultava a muso duro strattonando la carrozzella. L’anziana donna non reagiva, non parlava, guardava con distacco e senza paura il donnone ubriaco che non mollava la presa. Nessuno degli astanti pensava minimamente di intervenire. Le due donne erano sole. Chi mai avrebbe davvero pensato di andare a cercarsi rogne. Quella forzuta faceva davvero paura.

Proprio in quel mentre il vecchio giapponese stava uscendo dal portone del 2180. Non appena intravista la scena, come se lui solo si fosse reso conto del pericolo che correva l’anziana signora, era corso in casa a prendere la sua scopa di plastica. Ridisceso in strada si era avventato di corsa verso l’ubriaca brandendo la scopa con due mani, per colpirla sulla schiena. Mentre correva urtava in malo modo le persone inchiodate immobili sul marciapiede di Washington Square. Non avevo mai udito la sua voce. In un attimo il donnone si era voltata verso il vecchio giapponese, che stava per colpirla, strappandogli di mano la scopa di plastica. Urlandogli parole incomprensibili lo aveva gettato a terra iniziando a sferrare con furia inaudita colpi su colpi sul corpo dell’uomo inerme, prendendolo a calci, sputandolgi addosso tutto il suo veleno. Qualcuno aveva chiamato il 911 proprio mentre il gigante nero attraversava correndo la piazza. Di nuovo tutto si era svolto in un attimo. Giunto davanti al donnone, che ancora infieriva sul povero vecchio, l’aveva afferrata con le sue mani grandi come badili e l’aveva sollevata da terra. La donna era stretta in una morsa d’acciaio. Tentava di divincolarsi urlando, ma il gigante nero era troppo forte anche per lei e non mollava la presa. L’anziana donna sulla carrozzella lo pregava a gran voce di lasciare andare l’ubriaca. Nessuno aveva mai udito la sua voce.

Gli agenti di polizia erano accorsi con due macchine. Avevano distanziato la folla e usato i taser per colpire il gigante e il donnone con le scariche elettriche. Immobilizzati a terra li avevano condotti via sulle auto a serene spiegate. Intanto i paramedici si erano occupati del vecchio giapponese che non si muoveva più. Aveva l’aspetto di un mucchietto di stracci. L’anziana donna sulla sua sedia a rotelle lo seguiva con il viso rigato di lacrime. In men che non si dica tutto era tornato alla calma in un silenzio freddo. La folla si era dispersa. I suonatori avevano riposto gli strumenti e se ne erano andati. Uno dei ragazzi neri si era avvicinato alla anziana signora e aveva iniziato a spingere la sedia a rotelle, accompagnato dai suoi amici in quello che pareva un corteo triste. Si udivano solo i segnali sonori dei semafori mentre attraversavano Washington Square.

Il giorno dopo sul Chronicle si leggeva in un trafiletto che il vecchio giapponese era morto.

Io avevo visto tutto seduto al mio solito tavolino nella gelateria italiana. Il mio gelato preferito si era sciolto. Il mio cuore era freddo. Avevo i brividi in tutto il corpo, non realizzavo cosa fosse davvero successo. La mia curiosità ostinata nel voler sapere della storia dell’anziana signora sulla carrozzella e del vecchio giapponese mi lasciava un senso di nausea. Mi sentivo quasi responsabile dell’accaduto e non capivo il senso di tutto ciò che avevo visto, ammesso che un senso ci fosse, da qualche parte.

Qualche giorno dopo al funerale del vecchio giapponese c’erano solo i ragazzi neri che cantavano sottovoce una nenia struggente. Al cimitero li aspettava l’anziana signora seduta sulla sua sedia a rotelle. Dietro di lei il gigante nero.

Sulla tomba del vecchio giapponese qualcuno aveva poi lasciato una scopa di plastica riciclata e un fiore bianco.

Uno dei miei studenti, incuriosito dal racconto di quel giorno, mi ha poi rivelato che, durante una ricerca in biblioteca, aveva notato un trafiletto sul Chronicle di ventidue anni prima, proprio in coincidenza della stessa data di quei fatti:

“Dopo una breve fuga, gli agenti hanno catturato Hayao Daisuke, 42. Poco prima, al volante della sua auto, completamente ubriaco, si era scontrato frontalmente con un mezzo della nettezza urbana, cercando di fuggire dopo l’impatto.

Nell’incidente ha perso la vita il figlio Mark, 12. La moglie, la famosa pittrice newyorkese, Margaret Boyle, 41, è rimasta paralizzata nell’uso delle gambe. I due erano stati visti a cena in un noto ristorante in Washington Square, dove si era assistito a un loro brutto litigio.”

 

 

Dario Arpaio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Girovagando in moto per la Provenza

Occhei. Durante una sosta a Breil s/ Roya incontro un ragazzone olandese, disperato per essere scivolato lungo la statale del tunnel del Col di Tenda con la sua nuovissima Africa Twin. Risultato: un po’ di spavento e la rottura totale della pedana di destra. Non parla francese. Lo aiuto a farsi capire dal meccanico (di auto) appena arrivato con il suo carro attrezzi. L’arzillo francese, però, non parla inglese. Insomma, riesco a risolvere, almeno in parte, la situazione: la moto viene caricata sul carro attrezzi e riparata nella rimessa del meccanico in attesa di un camion che l’assistenza dell’olandese, con la quale il ragazzo, nel frattempo, ha scambiato alcune telefonate concitate, invierà il sabato stesso. Già, perché siamo a venerdì pomeriggio e il viaggio del ragazzo è fottuto.

Lui se ne torna a casa con il treno da Nizza. La delusione traspare dai suoi occhi in maniera così smaccata da farmi sentire davvero dispiaciuto per lui. E’ che in un viaggio in moto i rischi si corrono, eccome! Ma andiamo per ordine.

Un passo indietro fino a mercoledì mattina. Di buon’ora monto in sella. Parto da Torino alla volta di Saint Remy de Provence. Ho prenotato un alberghetto con piscina nella speranza di aiutare poi la mia schiena, almeno con una nuotata ristoratrice, dopo i 500 km del tappone iniziale. La povera schiena, in effetti, ha vivacemente protestato durante tutto il viaggio. Che ci posso fare?

Dopo vari ripensamenti iniziali decido di utilizzare solo l’autostrada, passando per il tunnel del Frejus fino alla deviazione di Grenoble per Valence/Avignon, così per guadagnare tempo. Mi propongo di attraversare le spettacolari gorges du Verdon al ritorno, per dare più ampio respiro a me e al mio girovagare in moto.

Il pretesto del viaggio, di fatto, è la visita alla video installazione di Carrières de Lumières a Les Baux de Provence: Bosch, Brueghel e Arcimboldo spalmati sulle pareti della cava di bauxite in disuso. Magica esperienza.

Per meglio andare in moto ho indossato una fascia lombare con lo scudo protettivo della Dainese. Le protezioni in moto sono d’obbligo. Però la stessa si rompe, ovvero, il velcro, ormai frusto, non tiene. Tutte le vibrazioni e i sobbalzi si ripercuotono senza pietà, proprio là dove la mia schiena soffre di più. Sono costretto a svariate soste. Sigh! Ne avevo previste di meno! Vado avanti a caffè e sigarette.

Sta cominciando ad alzarsi anche un fastidioso forte vento di maestrale, che non mi lascerà fino a giovedi pomeriggio.

Giunto a Saint Remy mi affido al navigatore del cellulare così da trovare agevolmente le indicazioni per l’hotel. C’è molta gente per le strade di quella che è, di fatto, una cittadina nel pieno della stagione turistica. La Provenza è davvero fruibile partout. Le colline si rincorrono dolcemente, avvolgono il viaggiatore cullandolo in un’atmosfera dai colori caldi e tenui. Non a caso grandi pittori vi han trovato ispirazione e ristoro. Tra i tanti, Vincent Van Gogh, le cui tracce non mancherò di seguire ad Arles.

L’hotel è situato appena fuori dal paese. Ha l’aspetto di una casa patrizia trasformata per un’accoglienza familiare. Il giardino è ordinato e ricco di piante e la piscina rappresenta un richiamo irresistibilmente piacevole.

Sono troppo stanco. Ho solo voglia di impigrire seduto su di un comodo divanetto in giardino, in compagnia di una birra ristoratrice.

Dispongo per la cena con Joel, lo chef, simpaticissimo, con il quale scambio amabilmente qualche chiacchiera. Ha lavorato anche in Italia, in Val di Susa. Conserva di quell’esperienza un buon ricordo. Si complimenta con me per il mio (mediocre) francese, secondo lui più che buono per ‘essere un italiano’. Non capisco bene cosa voglia intendere.

Lascio perdere e salgo in camera. Una lunga doccia seduto nella ampia cabina mi rinfranca non poco. A cena mi aspetta un’orata freschissima.

Al mattino seguente approfitto dei croissants (sono la mia passione!) e delle marmellatine fatte in casa. Il caffè francese fa schifo, come sempre.

Eccomi di nuovo in sella. Il vento, ove ancora possibile, è rinforzato non poco rispetto al giorno prima. Guido provando molto fastidio fino a perdere il gusto per quelle stradine collinari. Il panorama d’intorno richiederebbe più di una sosta, almeno per qualche scatto, ma voglio arrivare a Les Baux per essere alla mostra il più in fretta possibile.

E’ molto frequentata, vorrei anche evitare la ressa dei visitatori che, giocoforza, limiterebbero il piacere e la libertà di riflessione. Ho già il biglietto. Timbratolo alla cassa, attraverso una portina e… mi ritrovo in una penombra ricca di magia.

Una splendida equipe, tutta italiana, ha ideato questa particolare forma di video installazione, collocandola in un sito idealmente perfetto: una cava di bauxite in disuso.

Attraversando un percorso dolcemente sinuoso, contornato dalle alte pareti di roccia, si vive penetrando nei dettagli, anche i più minuti, delle opere pittoriche di Bosch, Brueghel e, infine, Arcimboldo. In precedenza la mostra ha già offerto percorsi altrettanto fascinosi intorno a Klimt, Van Gogh e altri. I quadri sono scomposti in tessere, riassemblate e abilmente proiettate sulle bianche pareti in un continuum narrativo calibrato su scelte musicali perfette. Un’animazione davvero raffinata, capace di fare spettacolo, e soprattutto di intendere e penetrare l’opera pittorica dell’artista di turno in maniera davvero intensa e insolitamente avvincente.

 

Cammino lentamente, estasiato e sopraffatto dalla magnificenza della visione, davanti e tutto intorno, anche sul pavimento in un continuo mutamento. Nella penombra si affacciano piano per poi esplodere colori e forme, visi e paesaggi, in un tripudio come di fuochi di artificio.

Nelle orecchie risuonano le note delle musiche di Luca Longobardi, Carl Orff, e ancora, Vivaldi, Mussorgskij. La proiezione sfuma infine su di una versione acustica di Stairway to Heaven dei Led Zeppelin, che davvero mi emoziona.

Sarà anche la temperatura interna, intorno ai 15°C, tant’è che altri come me si dirige alle toilettes. All’improvviso resto per un attimo sorpreso dalla luce esterna e, ahimè, lassù in alto, al di sopra di una parete di pietra, vedo un albero sbattuto a destra e sinistra dal vento. Ho lasciato la moto parcheggiata in pendenza e poggiata solo sul cavalletto laterale. Spero non doverla rialzare da terra: il vento è davvero impetuoso.

Bevo un caffè, per non perdere il vizio. Rientro nella cava per riassaporare altri momenti. In men che non si dica sono entrati molti visitatori. Anche troppi, per i miei gusti.

Dopo qualche incertezza guadagno l’uscita. La moto è ancora in piedi. Vado ad Arles.

Abbandonate le colline mi intrufolo nel traffico intenso della città. Parcheggio in centro. Vado a chiedere suggerimenti per la mia breve visita all’ufficio del turismo.

All’interno mi metto di buon grado in coda. Quanti turisti! Alla macchinetta, che rilascia i bigliettini per la priorità, ho selezionato la lingua italiana. Non che abbia bisogno di un’interlocutrice che parli la mia lingua, ma è così insolito avere questa chance che ne sono lieto. In attesa sbircio tra i vari gadgets in vendita. Intorno a me si accalca un’umanità varia e colorata. Arrivato il mio turno scopro che la signorina dietro il banco parla solo francese. Vabbè…

Approfitto di un dépliant con le indicazioni per seguire un percorso dedicato a Van Gogh e ad alcuni dei siti raffigurati nei quadri, frutto dei 15 mesi trascorsi ad Arles, durante i quali ha dipinto quasi 300 opere, oltre a litigare animatamente con Gauguin. Eppoi penso al dopo Arles, ovvero, magari poi me ne vado a Marsiglia, Aigues Mortes o a Aix en Provence, dove potrei anche cercare le tracce di Cezanne. Esco dall’ufficio del turismo. Non ne potevo più della ressa dei festosi gitanti…

Imbocco rue Jean Jaurès verso place de la Republique, ma poi mi stufo di seguire la mappa turistica. La piego e la metto in tasca. Vado a naso e mi ritrovo proprio davanti al Cafè Van Gogh in place du Forum. Sinceramente provo una certa emozione, anche se, ormai, il luogo emana un che di posticcio, di artificioso a solo uso e consumo del turista frettoloso.

Ho fame. Ottima birra e pessima entrecote consumati nel dehors dove Van Gogh ha certamente trascorso molto del suo tempo. Ho fatto la pipì nella toilette, situata al piano superiore, la stessa che pure lui ha usato…

Nel dehors scambio qualche parola con due amabili signore americane. Sembrano uscite da un episodio di Lucy ed io, tra i tanti resi irresistibili dalla rossa Lucille Ball nei primi anni ’50.

La gente nella piazza va e viene, magari si ferma davanti al cafè Van Gogh, tutto scrupolosamente tinto di giallo, magari scatta una foto e se ne va, distrattamente.

Chissà quali e quanti tormenti ha vissuto Vincent seduto proprio tra queste sedie, davanti a questa piazzetta. Pare che una sera abbia lanciato un bicchiere addosso a Gauguin, durante una delle tante burrascose litigate tra i due.

In fondo rientra tutto nella ‘lila’, il gioco degli dei, dove il mondo è solo una simulazione beffarda un po’: i turisti si fanno un selfie davanti ai luoghi della disperazione di Van Gogh e io recito la mia parte di viaggiatore davanti a un pubblico invisibile.

Me ne vado. Non ho voglia di andare a vedere l’Anfiteatro, neppure la ‘casa gialla’ di Vincent che scopro essere diventata lilla. Ho deciso che preferisco montare in sella alla mia moto per guidarla lenta sulle colline d’intorno.

Invece, camminando distratto, mi ritrovo davanti all’ingresso per la visita dei Criptoportici. Bene! Andiamo a dare un’occhiata a cosa i Romani hanno combinato.

Alla cassa pago il biglietto di ingresso di euro 4,50. La signorina mi porge una guida consistente in 4 pagine plastificate che illustrano ciò che sto per vedere. Davanti a me la sta leggendo molto attentamente una magnifica giovane ragazza straniera. E’ bionda, alta, statuaria. Sembra davvero molto interessata ai criptoportici: magari è una studiosa, chissà.

Stimolato dalla sua serietà, mi incuriosisco io pure, ma scopro che questi criptoportici altro non sono che delle fondamenta di sostegno del palazzo superiore o della stessa piazza. In effetti si scende nel sottosuolo per una doppia rampa di metallo. Ci si trova davanti a un largo camminamento contornato alla destra da un porticato. Dopo una cinquantina di metri si gira a destra per una quindicina di metri e ancora a destra si va avanti nella penombra per altrettanti cinquanta-settanta metri, forse di più e giunti alla fine del percorso… si torna indietro senza avere visto nulla di assolutamente interessante.

Recupero la moto e lascio Arles. Dove vado di preciso non so ancora. Certo a est. Evito il vento (basta!), che sull’autostrada sarà certamente molto intenso, mi dirigo verso una provinciale all’interno.

Si rinnova, con mio sommo piacere, la dolcezza della guida su e giù per le colline. Mi sciacquo l’anima.

Però non ho ancora deciso dove andare. Arrivato nei pressi di Marsiglia, devo trovare una méta. Mi fermo per un caffè e una sigaretta.

Un’occhiata alla cartina mi porta a Draguignan, una cittadina all’interno, ben oltre Marsiglia, in direzione Nizza. Faccio un rapido check sul cellulare e trovo un hotel che potrebbe anche fare al caso mio. Telefono. Prenoto una camera. Via così! Si va a Draguignan, ma solo per una sosta notturna. C’è ben poco da scoprire in quella città se non una buona trattoria.

In effetti Draguignan si presenta come un’anonima cittadina della provincia francese. Alla reception vengo accolto con estrema gentilezza e direi quasi simpatia. La moto è parcheggiata in un cortile interno, dal quale accedo all’hotel, passando per un piccolo giardino dove giganteggia un grande albero.

L’hotel di due piani è un ‘sopravvissuto’ della belle epoque. C’è anche una grande sala biliardo dove un tale, pelato, gioca da solo. L’uomo della reception mi offre una birra. Già, perché al momento di pagare il conto scopro che non mi ha addebitato alcunchè, né per la birra, né per una bottiglia d’acqua. Quasi non ci credo.

In giardino mi rilasso con la mia birra e dò una nuova occhiata alle cartine della Provenza. Mi viene in mente che l’indomani potrei andare a salutare Zoubir, l’albergatore franco algerino, conosciuto qualche anno prima a Peymeinade, vicino Grasse. Ricordo l’uomo con molta simpatia.

Nel frattempo è ora di cena. Faccio due passi per il centro di Draguignan. Dall’hotel mi è stata indicata una trattoria, La Table de Martine. Si rivela una buona scelta.

Seduto nel dehors gusto un vino bianco locale, forse uno chardonnay, davvero gradevole a sostegno di un’ottima orata. Chiacchiero con il titolare figlio di una napoletana e di un sardo. Me ne torno pigramente in hotel.

Mi sveglio alle 5. La grande finestra è aperta sul giardino illuminato dalla luna piena. La vedo che quasi ammicca al grande albero. Assaporo questo momento e mi lascio pervadere da una serena quiete. Dal letto, con il cellulare, scatto una foto alla grande finestra aperta e alla visione di ciò che mi offre, ‘cazzeggiando’ un po’ alla Magritte.

A colazione incontro un biker svedese. Viaggia ormai da alcune settimane in sella a una BMW R9T, una stradale che mi conferma non essere proprio così confortevole per un viaggio così lungo… Gli rispondo che l’importante è partire, un mezzo vale l’altro, che sia una endurona o una Vespa, non cambia l’essere ‘navigatori di terra’, come afferma il mio amico Italo. Ci salutiamo augurandoci vicendevolmente buona strada.

Vado a cercare il mio amico Zoubir a Peymeinade. Altre colline per altre dolci strade accompagnano i miei pensieri. Mi sento davvero bene (nonostante il persistente fottuto fastidio alla schiena).

Giunto all’hotel de La Poste chiedo di Zoubir. Purtroppo ha ceduto l’attività. Peccato! Ricordo con grande piacere le amabili chiacchierate sul senso della vita, per non dire poi dei magnifici cous cous preparati dalla moglie.

Attraverso Grasse. Ogni volta che ci ritorno, mi sembra sempre un po’ più caotica. Vado a Nizza, che è anche peggio. E’ ormai ora di pranzo. Mi fermo in place de l’Armée di qualcosa… Sembra di essere a Napoli all’ora di punta. Clacson e confusione a volontà.

Consumo una ottima insalata niçoise, ricca e ben condita. D’altra parte… Opto per il breve percorso autostradale fino a Ventimiglia da dove mi inoltro per la valle del Roya fino al tunnel di Tenda. Sciocco! Avrei potuto prendere la strada per Sospel, ben più panoramica e divertente. Sarà anche questa per la prossima volta, mi ripeto, oggi, a distanza di qualche giorno.

Faccio ancora una sosta all’ultimo autogrill francese per una ricarica veloce del cellulare con la batteria di riserva. Faccio conoscenza con una simpatica famiglia giapponese. Sono diretti in Trentino. Suggerisco loro possibili vie alternative al traffico congestionato di Milano che li coglierebbe forse alla sprovvista. Sono molto cordiali, mi ringraziano e mi augurano la buona strada.

Sono attese forti piogge per il giorno seguente. Decido comunque di passare la notte a Breil dove incontrerò il ragazzone olandese e la sua povera Africa Twin incidentata di cui ho già detto.

La cameretta del piccolo hotel è decorosa. Mi affaccio alla finestra. Alla mia sinistra vedo il campanile della chiesetta. Adoro il suono delle campane, ma questa volta è come averlo direttamente in camera! Un po’ troppo, n’est-ce pas?

Alle 8 del mattino, dopo una frettolosa colazione a base di un ottimo croissant e di un pessimo caffè, asciugo la moto bagnata dalla pioggia notturna e mi avvio verso il tunnel.

Sono pressocchè solo lungo la statale del Tenda. Rallento. Mi gusto il magnifico contorno di rocce al corso del torrente Roya. Non ricordo esattamente dove, ma ho avvistato un gruppo di ragazzi che si preparava per una qualche forma di rafting. Ed ecco i primi tornanti che in successione portano alla galleria.

Non incrocio quasi nessun veicolo fino al semaforo, quello che regola l’accesso alternato al tunnel. Attesa 15 minuti. Faccio la conoscenza di un ragazzo belga, che, in sella alla sua vecchia GS, sta andando a raggiungere alcuni amici per un campeggio sulle coline genovesi. Lo aspetta una gran pioggia. Io sto cercando di evitarla.

Via così per i successivi 8 tornanti che separano il tunnel da Limone Piemonte. Poi raggiungo Cuneo, dove imbocco l’autostrada per Torino, assai poco frequentata. Ne approfitto per lasciare sfogare la moto.

In un autogrill sulla Torino-Savona incontro una coppia di olandesi sulla quarantina i quali mostrano qualche curiosità intorno alla moto. Gli rispondo in inglese, ma lui mi riprende in un buon italiano che sfoggia molto orgogliosamente. Bravo!

Il viaggetto è alla fine. Avevo meticolosamente preparato un itinerario che ho poi piacevolmente disatteso, quasi del tutto. Meglio lasciare che sia sempre quel chilometro avanti alla ruota a decidere il da farsi. A la prochaine!

Dario Arpaio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Della luce e della parola lungo l’alzaia del Naviglio Grande

Il respiro del nuovo sole spazza via la cenere della notte. Io me ne sto in piedi, davanti alla finestra, quieto e pigro, fumo lento con la tazza del caffè in mano. Fra poco salirò in macchina alla volta di Arconate, a casa di Fabrizio Jelmini, fotografo, documentarista, reporter.

Mi soffermo a pensare come certi istanti si disperdano nelle stanze buie della memoria e come la vita sia, alla fin fine, uno sperpero di immagini in corsa. Domani, forse, non saremo più capaci di rintracciare i segni della loro comparsa. Una sveglia rotta ha più corpo e sostanza della nostra memoria fiaccata da un presente invadente.

E’ giorno fatto. Sto guidando lungo l’autostrada da Torino per Milano. Quante, quante volte l’ho percorsa, magari nell’ansia per gli incontri che mi davano lavoro. A volte sereno e soddisfatto. Altre me ne andavo con il magone per i segni contrari.

Oggi le montagne sono chiare e forti. Si possono distinguere canaloni e nevai. Un coro rassicurante.

Mi fermo nel solito autogrill. Un caffè e un croissant, come sempre a questo punto, lungo la stessa via. Mentre mi attardo a fumare nel parcheggio, chiamo Fabrizio e lo aggiorno sulla mia posizione. Più in là, un airone si alza in volo, solennemente. Le sue ali lo spingono verso nord. Quanta piccola meraviglia si sprigiona in questo giorno: sorprese in libertà. Quanto sono preziosi i frammenti di vita che poi magari sperperiamo nel mosaico dei giorni, senza quasi mai rendercene conto. Siamo davvero degli attori senza copione, pure distratti un po’.

Devo riprendere la strada. Non voglio tardare oltre. Fabrizio mi aspetta nel suo studio fotografico. Mi figuro nell’atto di entrare nell’antro di uno stregone, alchimista delle scale dei grigi, sapiente artefice di rasoiate di luce. Lo vedo affinare la sua interpretazione dei segni, quelli minimi, indifferenti al senso comune.

Oggi non siamo più capaci di guardare. Il nostro mondo è davvero saturo di immagini. Eppoi tutto va a finire nella memoria, e lì sta. In fondo ciò che vediamo è solo illusione, una proiezione relativizzata della realtà, magari uno scherzo degli dei per offuscare la verità. Quanti sono i fattori che giocano nella percezione visiva? Ma poi… a me importa poco… mi è sufficiente la consapevolezza che ci sono e vedo e penso e magari sogno, e… basta. E adesso sto vivendo dove vanno le ruote della mia auto e se mi portano altrove anche con la mente, ebbene ci gioco. E io ci sto al gioco e mi diverto!

E’ giunto il momento di lasciare l’autostrada. Bene! Manca poco alla meta. Parcheggio agevolmente nella piazzola antistante la casa studio di Fabrizio nel centro di Arconate. Stradine dal sapore antico. Suono il campanello di un grande portone in legno, di quelli che una volta vedevano entrare i carri. Fabrizio mi accoglie a braccia aperte. Percorriamo il vialetto nel mezzo del cortile ed ecco l’antro del mago aprirsi e chiudersi dietro le mie spalle, rivelandomi meraviglie non immaginate in così tanta bellezza di fattura. Il piano terra è dedicato allo studio fotografico ed è così ricco e perfetto in ogni dettaglio. Può anche essere rifugio notturno dopo chissà quale intenso lavoro di preparazione di un servizio o altro. In fondo all’unica grande sala dai muri rossi una scala a chiocciola conduce al piano superiore, all’abitazione di Fabrizio e di sua moglie Monica. Sento l’abbaio di un cane, un cagnone. E’ una femmina, Uma, un bracco italiano, la cocca di Monica. Tenera e dolcissima, un po’ timida: una cagnolona dagli occhi grandi. In fondo allo studio, da un lato, c’è un grande cuscinone tutto per lei. Come si conviene ad una regina.

Ovunque le foto appese, o semplicemente appoggiate ai muri rossi, catturano il mio sguardo. Mi rigiro. I miei occhi scivolano sulle foto che raccontano la storia professionale di Fabrizio, la sua vita. Sono estasiato davanti ai ritratti stampati su tela in grande formato. Sono autentiche esplorazioni nell’intimo delle storie di migranti, come in un backstage delle vite diverse. Grande ammirazione per i più piccoli quadretti, rigorosamente incorniciati con legni di recupero. Fabrizio mi illustra le sue originali creazioni con lecito orgoglio. Traspare in esse il ricordo vivo dell’artigianato del nonno falegname. La storia di generazioni antiche si svela man mano che discorro con lui, fotografo, documentarista, giornalista, esploratore della vita con rara sensibilità. Il padre di Fabrizio faceva il panettiere. Quel suo fare notturno di fuoco e farina ha lasciato in Fabrizio il senso dell’amore per il proprio lavoro e il rispetto per quello altrui. Una religione di vita. Mi riprometto prima o poi di portare a Fabrizio il mio pane, quello che via via mi sono incaponito a saper fare. Ecco, è proprio il ‘fare’ che domina i nostri discorsi, li pervade in ogni rima. Un fare antico, a tratti dilapidato nostro malgrado, smarrito in un mondo attuale che rincorre il profitto, a ogni costo, senza decoro, sacrificando la dignità creativa, più del necessario. Il fare antico era artigianato schietto racchiudeva uno sforzo fisico tale da esprimere il progetto nella sua verifica. Quanta maestria in quel fare. Un cammino che si riassumeva in un che di notturno verso una meta sconosciuta, rivelata magari solo all’alba.

Quanta luce traspare dalle parole di Fabrizio. Tanta quanta emana dai finestroni che sono una intera parete dello studio laboratorio. Mi racconta di qualcuno dei suoi servizi. Quello tra i ragazzi handicappati di Arconate. L’altro per le moto di un designer amico. O a cercar l’acqua con le donne e i bambini nei pressi di Sekota, nel nord dell’Etiopia. E ancora via attraverso cento Paesi in un girotondo intorno al mondo all’inseguimento dell’immagine perfetta, quella che non esiste, ma che, magicamente, spinge, pungola la ricerca. Quanta passione e quanto sacrificio.

Mentre discorriamo sento i passi della fatica fisica del mio scrivere. Non c’è differenza con il suo lavoro che inizia con la scelta dell’inquadratura, poi lo scatto e il culmine nella camera oscura, salvo giocare con il digitale sul computer. Si sciorinano formule matematiche di sviluppo e stampa. L’odore degli acidi colora il buio e solo la luce rivela il lavoro compiuto. Tutto come nell’attesa davanti alla pagina bianca che attende il tocco calligrafico di un sogno (o di un incubo). Consonanti che balbettano vocali. Così come la danza dei volumi, degli spazi che si incastrano in diagonali di lettura. L’arte, quale ne sia l’origine o il fine, è un fare che si inventa e realizza nella solitudine del proprio sudore.

Mentre discorriamo Fabrizio monta la Leica sul cavalletto. Mi fa sedere su di uno sgabello al centro dello studio. La luce dei finestroni mi colpisce a destra. Discorriamo mentre si susseguono gli scatti e i ritratti di me, forse un po’ sognanti o malinconici, così come la piegatura degli occhi lascia intravedere o supporre. Poi Fabrizio si siede alla scrivania. Scarica nel computer le foto e lavora alla selezione. L’occhio della Leica mi ha attraversato forse l’anima, ma è la mano di Fabrizio che ha condotto la danza delle ombre sul mio volto. Io ho raccontato della mia poesia e lui ha tradotto le mie parole nei ritratti. Come in una jam session non smettiamo neanche un istante di incrociare e articolare le nostre visioni di un giorno, di un attimo di vita, di un fiato, o magari i volti di coloro che abbiamo incontrato e conosciuto che emergono dal nostro passato e si riaccendono nelle nostre parole, sempre troppo esili o avare nel ricordo.

Salutiamo Monica impegnata per tutto il tempo al piano di sopra nel suo lavoro di preparazione degli atti di un convegno dove sarà relatrice. Andiamo a pranzo io e Fabrizio, da soli. Mentre ci accingiamo a uscire, Uma ci corre incontro. Si ferma sull’uscio. Ci guarda mentre attraversiamo il cortiletto. Il grande portone di legno si chiude dietro le nostre spalle. La intravedo voltarsi e rientrare scondinzolando al richiamo di Monica.

Percorriamo la strada provinciale che da Arconate porta a Castelletto di Cuggiono. La nostra meta è la Trattoria del Ponte dove ci aspetta qualche buon piatto di pesce. Continueremo la nostra chiacchierata intorno ai misteri della luce e le sue forme passeggiando lungo l’alzaia del Naviglio Grande.

Eccoci sull’antico canale che dal Ticino e arriva fino alla darsena di Porta Ticinese a Milano. Siamo nel Parco del Ticino e, camminando lungo l’alzaia, una via così ricca di storia, ho come la sensazione di scorgere le sagome di mille e mille ombre. Il richiamo sommesso di coloro che furono, che vissero e che fecero la storia: artigiani, maestranze, i lavoratori tutti che parteciparono alla costruzione del Duomo di Milano. Da questo canale transitavano i barconi trainati dai buoi, che trasportavano il materiale da costruzione e i marmi provenienti dal lago Maggiore. Attraversiamo il piccolo ponte ricostruito in muratura nel ‘600 (prima era in legno). Quì pare che nel 1200 sia stato linciato un podestà. I suoi concittadini furono aizzati dal clero che non accettava di pagare le tasse richieste. Corsi e ricorsi.

Ci concentriamo, Fabrizio e io, su di una caraffa di vino bianco, uno chardonnay degno accompagnamento a una buona frittura di pesce. E così via fino a gustare un buon whisky, rigorosamente single malt. Il proprietario della Trattoria del Ponte ne ha una ricca collezione. Ai muri sono appese una dozzina, forse più, di copertine della Domenica del Corriere, quelle magnificamente disegnate dal grande Walter Molino. Lui ha fermato la storia nelle sue immagini.

Sento prepotentemente la commistione della piccola con la grande storia. Il nostro esistere lascia una traccia, anche nostro malgrado, e, perché no, quest’acqua che scorre nel canale forse ne racchiude la memoria viva. Come un sussurro è come se ci ammonisse placidamente: “Vivila intensamente la tua piccola storia… Hai solo questa… Io ritorno sempre in quella grande… Tu fuggirai via… ma, non temere, io porterò di te almeno un fiato… Non dimenticare… Tu sei tutti coloro che sono stati prima di te e sarai in tutti quelli che verranno dopo… Anche i ciottoli nel mio greto lo sanno…”.

Dopo pranzo camminiamo lungo l’alzaia in silenzio. Fabrizio si ferma e scatta qualche foto con la sua Leica. Io pure raccolgo qualche istantanea di lui all’opera. E’ un autentico testimone del suo tempo, un archivista di mille volti, di mille e mille storie. Poi mi racconta di quando ragazzino veniva a giocare quì con i suoi compagni. Nuotavano anche. E c’erano le feste dell’estate.

Passiamo davanti al palazzo Clerici. Una costruzione imponente che ci osserva di là della sponda dalle sue 365 finestre e 12 balconate. Tante quanti i giorni e i mesi dell’anno ne avevano voluto i Clerici, prosàpie di banchieri del 1700, ricchi e desiderosi di competere con la nobiltà milanese del tempo. Ora la grande scalinata barocca che scende fino al canale è muta. Non accoglie più gli invitati alle feste dei padroni di casa, che qui giungevano per la via d’acqua.

Ermanno Olmi, poco avanti, ha girato alcune scene del suo Albero degli Zoccoli, in quel suo sublime canto della dignità della miseria contadina.

Sono quasi ubriaco di storie e di volti. Questo giorno mi sta avvolgendo in una vertigine magica. Ho la sensazione di essere un mediocre cronista chiamato a raccontare di storie e altre storie. Fabrizio mi racconta dei suoi, di un tempo ancora giovane. Tutti loro segnavano forte una matrice di un fare. Lui, ora, lo sublima nelle sue fotografie.

Mi racconta anche di un bracconiere che pescava di frodo per dar da mangiare alla sua famiglia. Conosceva bene i posti dove lanciare la lenza. Si faceva anche scrupolo di alimentarle le ‘sue’ acque. Dove i pesci non si riproducevano, lì rimetteva in acqua ciò che aveva appena pescato e forse non serviva all’immediato bisogno. Sarebbe poi tornato a raccogliere a colpo sicuro nuovo cibo. Un fare armonioso e attento agli equilibri della natura, non scabro o dissennato. La vita continua solo con nuova vita.

Oggi l’alzaia del Naviglio Grande è anche una pista ciclabile frequentata da quei ciclisti che si vestono da arlecchini e che nessun rispetto nutrono per chi va a piedi.

Camminiamo lenti. Le parole non servono poi così tanto. Il silenzio ci rende complici nel nostro fare, partecipi l’un l’altro di un giorno di piccole meraviglie. Rientriamo ad Arconate. Saluto Fabrizio e riprendo l’autostrada per Torino. Mi fermo al solito autogrill per una sigaretta. Ascolto Johnny Cash. Un airone si alza in volo, solennemente. Forse è lo stesso di stamattina.

 

Dario Arpaio