Si accalcano i ricordi

tra la bocca dello stomaco

 e i petali della rosa bianca.

Di tutte le parole (non)dette

si azzuffano cocci, vetro e ossa,

contro un muro di silenzio,

come lacrime ossessionate

dal rumore di una candela

nella notte più lunga

di un solstizio inatteso.

 

 

DA

Quante volte è stato Natale

solo il mare lo sa.

Puoi dire che

una volta è una volta,

ma poi ritorna.

Anche le finestre delle case,

ti dico, le sanno contare.

Le vedi anche tu a notte

le luci, gli addobbi

e le abbuffate.

Non lo sapeva, invece,

la bambina dei fiammiferi.

Tre soli ne aveva nella notte

l’un dopo l’altro accesi

all’addiaccio.

Arrotolata

nelle sue ossa di freddo.

Pure aveva sognato

un cancello dorato,

una tavola imbandita

e un albero di luce.

Si era addormentata

neve sui capelli stanchi.

Con lei una vecchina,

pure di stracci vestita.

Insieme erano poi volate via

in un sogno di nuvola e stella.

Lo vedi,

 quante volte sia stato Natale,

davvero, solo il mare

lo sa contare nel vento.

Lui, che non sa di luci

addobbi e abbuffate,

ancora ricorda,

e saluta quella notte,

la nuvola e la stella

dei tre zolfanelli spenti.

 

D.A.

 

 

 

Uno scroscio d’acqua,

improvviso,

può cancellare la fuliggine

da un desiderio di pelle liscia.

Where the wild roses grew.

Non so dove vive il desiderio.

Lo inseguo alle radici del cielo.

Se vivessi la tregua con dignità

troverei la sorgente di dio,

o forse viaggerei la notte,

senza saperla la via,

per l’infinito che non sazia la sete.

In fondo a un sogno disatteso.

E questa pioggia,

che non cessa ancora.

Non mi resta che sedermi

a pensare, oppure,

semplicemente, fumare

e bere un caffè.

Ricordo la mia pipa preferita.

Con il tabacco inglese dava il meglio di sé.

Adesso non so più dov’è.

Where the wild roses grow.

Le vedo

queste poche sillabe

barbugliare nell’aria,

o giacere apatiche.

Si lasciano afferrare,

a volte,

 si perdono altre

nell’agguato

di occhi acquosi,

fors’anche disincantati.

Possono sbiadire,

dimezzate,

in una lingua ridondante,

incapace com’è di legarle

con del filo spinato,

o ferirle

sui rebbi di una forchetta.

Esausto

immergo le mie mani

in queste poche sillabe

per sciacquarmi l’anima.

Come un vecchio saltimbanco

sciacquo e strizzo

gli orli delle vecchie strade

sulla tavolozza assetata

dei miei giorni.

Imbratto di ricordi i muri.

Tra i mattoni del passato

rivedo l’ombra del pilota.

Ancora sussurra:

“il paese delle lacrime

è così misterioso,

 non ci si dorme,

chè poi scompare”.

Inquieto scivolo

nelle ore buie

di questa notte insolente.

    Cosa mai ci sarà

in fondo al silenzio

della fredda milonga,

deserta forse, e certo

senza voce di donna alcuna.